“Dimissioni”. “Indegno”. “Parole inaccettabili”. Ma non abbastanza perché il senatore sia perseguibile per istigazione all’odio razziale. Quando nell’estate del 2013 Roberto Calderoli disse che Cécile Kyenge gli ricorda “un orango”, i partiti indignati chiesero che il leghista lasciasse la sua poltrona in Parlamento. E’ passato più di un anno dall’ondata di indignazione collettiva, e ora a difendere il parlamentare sono Pd, Ncd, Lega Nord, Forza Italia e Autonomie. Tutti compatti, tranne il Movimento 5 Stelle (anche se la senatrice grillina Fucksia ha detto di essere d’accordo con la maggioranza). “Spesso nella satira si paragonano persone ad animali, senza che tali circostanze diano luogo a fattispecie criminose”, ha detto in Giunta per le elezioni e le immunità il senatore Pd Giuseppe Cucca motivando il suo voto contrario. E ha aggiunto: “Le parole pronunciate da Calderoli vanno valutate nell’ambito di un particolare contesto di critica politica”. Per Claudio Moscardelli, sempre del Partito democratico, il caso è infondato: “Le accuse relative alle incitazioni all’odio razziale risultano infondate, visto anche il contesto politico nel quale le frasi in questione sono state pronunciate e la configurazione del movimento della Lega, nel cui ambito operano anche diverse persone di colore”.

Eppure, basterebbe tornare indietro di qualche mese. Era il luglio 2013 e l’intero Parlamento scese in piazza in difesa del ministro Kyenge. L’allora presidente del Consiglio Pd Enrico Letta, l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano, ma anche Luigi Zanda e Angela Finocchiaro del Pd o Micaela Biancofiore di Forza Italia. Tutti compatti contro “l’imbarbarimento della vita civile”. Poi, a distanza di più di un anno, qualcosa deve essere successo: i partiti compatti hanno votato contro la relazione di Vito Crimi (M5S). “E’ triste che il Pd non mi difenda”, ha commentato in un’intervista a Repubblica l’eurodeputata Kyenge. Il capogruppo in giunta Cucca ha voluto precisare che non dovevano esprimere un giudizio politico, ma giuridico: “La condanna politica è stata più volte espressa pubblicamente, con parole forti e nette. Ci sono gli estremi del reato di diffamazione, perseguibile solo a querela di parte che però non è stata presentata. E’ stata contestata anche l’istigazione all’odio razziale che invece è perseguibile d’Ufficio. La Giunta ha ritenuto che la fattispecie dell’istigazione all’odio razziale non sussistesse”.

Insomma per i parlamentari quell’uscita di Calderoli non è stata “razzista”, al massimo una battuta giustificata dal contesto. “La Lega”, si è giustificato Carlo Giovanardi (Ncd), “ha nel proprio ambito sindaci e amministratori locali di colore e conseguentemente l’accusa di razzismo è del tutto priva di fondamento”. Il senatore Lucio Malan ha invece tirato in causa l’articolo 21 della Costituzione che difende la libertà di pensiero: “Calderoli”, si legge nei verbali, “nell’ambito di un comizio politico, ha svolto delle critiche rispetto agli indirizzi politici per le immigrazioni seguiti dal ministro Kyenge, effettuando altresì talune battute a scopo satirico. Non vi è stata nessuna offesa personale. La scelta del magistrato di ravvisare una fattispecie di istigazione all’odio razziale risulta del tutto infondata ed è frutto di un pregiudizio culturale, atteso che se un cittadino di nazionalità europea fosse stato paragonato ad una scimmia nessuno avrebbe ravvisato un reato di tale tipo. Il magistrato non ha poi tenuto conto che un politico ha diritto di fare battute umoristiche, atteso che queste rientrano nel diritto di manifestazione del proprio pensiero di cui all’articolo 21 della Costituzione”.

Calderoli nella lunga estate dello scandalo aveva però provocato la condanna addirittura del presidente della Repubblica: “Episodi come questo sono il sintomo dell’imbarbarimento della vita civile”. Poi era stato il turno del presidente del Consiglio Enrico Letta che su Twitter aveva scritto: “Avanti Cecile col tuo lavoro! Siamo con te. Inaccettabili oltre ogni limite le parole di Calderoli”. Non era mancato nemmeno l’intervento dell’allora come oggi ministro dell’Interno Angelino Alfano: “Nessuna differenza politica né di opinione su singoli argomenti può mai giustificare quello che è accaduto. Voglio esprimere piena solidarietà e forte vicinanza, da parte dei colleghi di governo del Popolo della Libertà e dell’intero partito, per le ingiuriose parole ricevute”. Poi erano arrivate le condanne compatte del Partito democratico. Il segretario Pd Guglielmo Epifani disse: “Calderoli accetti un consiglio, si dimetta”. Ed era partita addirittura la petizione di Kalid Chaouki per chiedere a Calderoli di andarsene.