Vanitosi di ogni stagione sappiate che esiste una salubre lettura estiva, balsamo delle vostre ferite narcisistiche. Se su facebook, nonostante l’impegno profuso nel postare l’essenza della vostra originalità, non avete raccolto altro che pochi “mi piace”, se il vostro personalissimo e quindi indispensabile sguardo sul mondo affoga inosservato nella marea dei post altrui, se non lasciate significativa traccia di ammirazione virtuale tra le vostre centinaia di amici e followers on line, beh allora è arrivato il momento di leggere I miei premi di Thomas Bernhard. Se non avete tempo di farlo, comunque indaffarati sui diversi social, dai almeno scaricatevi e godetevi la superba lettura che ne ha fatto in questi giorni Elia Schilton su Radio Tre (Fahrenheit – Ad alta voce).

bd6fe753ac2db993995ba05ad1d8486a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyCon esprit de finesse, Bernhard viviseziona, da un punto di vista del tutto soverchiante, l’andazzo attuale, il famelico desiderio di passerelle e visibilità, di concreto riconoscimento. Lo fa, con originalità, cinismo e tagliente profondità di sguardo sulla divertente e patetica fenomenologia dell’umano bisogno di avere (e poi semmai dare) approvazione. Eppure il menefreghismo per il riconoscimento in sé in Berhnard, non solo è spiazzante ma cinico. Ne I miei premi, l’unica cosa che veramente conti, spudoratamente confessata, sono l’interesse per i soldi. Sempre a corto di denaro, egli desidera, dei premi, soltanto l’allegato assegno bancario (Se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha ed è giusto alleggerirlo). Di più, Bernhard i premi li detesta (“Oggi per per me la questione non si pone più. La sola risposta e non lasciarsi più onorare).

Il grano lo spasima, eccome: e per comperare l’auto di cui s’innamora, e per cambiare gli infissi di casa per risparmiare finalmente sul riscaldamento, e per prestarne al suo amico in bolletta, e per acquistare le quattro mura in cui rinchiudersi e proteggersi dalla banalità del sociale, ecc. Insomma, il riconoscimento e l’onorificenza ne I miei premi è puramente strumentale, conta solo sfangarla finanziariamente, arrivare a metter le mani sui soldi, e farlo a dispetto dei facoltosi mecenati e istituzioni varie che, concedendo ad un “premio letterario” quel poco denaro del molto che spesso hanno, mostrano in fondo la loro pochezza, peraltro manifestata negli strafalcioni dei discorsi ufficiali. Scrivere buoni libri ed essere un grande scrittore (qual lui era) è in fondo altra cosa, lascia intendere Bernhard. Si scrive per necessità, è l’unico modo: il resto, qualsiasi esso sia, va da sé.

Gli onori, in quanto arbitrari, possono poi invece diventare un vero e proprio oltraggio, come descritto nell’esilarante capitolo dedicato al “Premio Nazionale Austriaco per la Letteratura”, figuriamoci il solo fatto di desiderarli fino all’ossessione. Nella mia ben più modesta e imparagonabile attività, la personale vanità è stata mortificata dal fatto di aver condotto, ormai da un decennio, laboratori teatrali in contesti in cui non avremmo mai potuto rappresentare! L’effimero assoluto, un po’ come quel monaco zen che con un colpo di mano distrugge la creazione faticosamente elaborata sulla sabbia. In ambito psichiatrico avevo attori minorenni, sofferenti di depressione a quanto mi si diceva. Il risultato dei laboratori erano messe in scena che a me sembravano potentissime, i miei mattacchioni erano attori fenomenali!

Niente da fare”, puntualmente ripeteva come un disco rotto l’ospedale, “sono minorenni, non si va in scena con il pubblico, non ci sono le condizioni per farlo, si scompenserebbero ecc.”. In carcere, per ovvie e più comprensibili ragioni, non si va oltre un paio di repliche con una qualche decina di spettatori esterni e il gruppo è, a dispetto del luogo, imprevedibilmente volatile: lì creare e distruggere è dinamica costante (ottimo esercizio però). Ben lontano quindi da riconoscimenti e onorificenze, mi sono ritrovato ad agognare come premio il semplice e necessario desiderio di tenere in vita una creazione segnata fin dalla nascita dall’impossibilità. Destino supremamente giusto direi, considerato l’umano e speciale contesto in cui opero e le dinamiche di potere che implicitamente vi si instaurano: nell’asimmetria istituzionale, si sa, il narcisismo degli “esperti” gongola.

Insomma, la cura a cui la mia di vanità ha dovuto suo malgrado sottoporsi è paradossale: premi?, macché, semmai e forse un paio d’occasioni pubbliche (ma molto ristrette). Creare una cosa fine a se stessa, va bene, ma non poterla neanche far vedere, questo è troppo! E’ un po’, per stare in metafora, come se il mio post avesse come massima aspirazione la sola pubblicazione da parte di facebook (ma non è detto, eh?) giusto un’oretta, niente di più, e per giunta riservata a pochissimi. I “mi piace” sarebbero sorprendenti, solo una fastidiosa conferma della mia, nonostante tutto, irriducibile vanità.

Suggerisco allora un piccolo esercizio: d’ora in poi, vanitosi d’ogni sorte, cercate di ottenere meno “mi piace” possibile, fate un vostro capolavoro di post e dopo un’oretta cancellatelo e per sempre. Rammaricatevi semmai di aver avuto anche un solo “mi piace”, puntate invece e decisi a zero. Lì sta il vostro personalissimo successo. Se riuscirete nell’intento, correte a festeggiare, datevi l’onorificenza di portarvi al vostro chioschetto preferito e celebratevi con una birretta fresca. Poi proseguite, o rileggete, i I miei premi e sorridete amabilmente di voi stessi.