Sono sempre stato uno pauroso. E ho paura del mare, dove non tocco, dove il mare mi nasconde in forme e ombre i fantasmi della mia immaginazione. I miei figli insistono, vogliono “esplorare” i fondali, tocca seguirli. C’è il più grande dei due, va, si immerge, dal boccaglio emette una telecronaca delle sue 20.000 leghe. C’è l’altro, più piccolo, fino a ieri nuotava a strascico sul bagnasciuga. Poi ci sono io, che da piccolo ho subito un trauma: ho visto Lo squalo. Immaginavo di essere predato anche in piscina. Poi ho visto Dracula, punto di non ritorno: essere inseguito da uno squalo della Transilvania.

Ora guardo la spiaggia allontanarsi, il grande mi espone il “profondo blu” (cit.), il piccolo si accorge dell’avventura e dissolve ogni paura dell’acqua alta (contemporaneamente ne vedo l’autostima e l’addio al bambino che giocava a riva). Guardo la spiaggia, laggiù, guardo sotto, troppo tardi per avere ancora le (mie) paure: i fantasmi sono scogli, le ombre sono sassi, i bambini autori del mio nuovo coraggio. Sarà banale, ma è così anche la vita: si può cambiare, ma non senza imparare da loro, i bambini.

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