Il David Cameron degli spagnoli? Per l’arancione Albert Rivera è il premier ad interim Mariano Rajoy. Per l’ex presidente socialista Felipe González il dissidente Pablo Iglesias. A Madrid la seconda campagna elettorale, che cominciava con l’incognita del “sorpasso” di Unidos Podemos (la coalizione di Podemos e Izquierda Unida) sul Psoe, si è chiusa con due terremoti. Uno interno al centrodestra di Rajoy. L’altro estraneo a tutti e quattro i candidati: la Brexit. Nel giorno in cui le Borse cadono a picco, l’indice Ibex 35 perde il 12,35%, gli imprenditori tremano, Cameron si dimette e perfino Angela Merkel si scompone, Rajoy fa un appello per richiamare tutti alla “calma”. “Noi siamo la stabilità”, ha detto in una dichiarazione istituzionale dal palazzo della Moncloa, ricordando quanto sia importante, e proprio adesso, “il voto utile, il voto sensato” contro il populismo.

Come se il responsabile della Brexit fosse lo stesso Pablo Iglesias, e non il conservatore David Cameron. Il referendum britannico, ignorato del tutto durante la campagna elettorale iberica, è diventato questione centrale negli ultimi minuti utili. Uno scambio di chiamate e ciascuno, ieri sera, ha modificato a penna il discorso di fine campagna. Il PP si è fatto garante della stabilità. Il Psoe e Ciudadanos hanno affermato di essere la risposta all’immobilismo e al populismo che agita l’Europa. Unidos Podemos ha cercato di svincolarsi da qualsiasi forma di antieuropeismo: “E’ un giorno triste”, ha detto Iglesias. “Dobbiamo cambiare rotta. Nessuno andrebbe via da un’Europa giusta e solidale. Dobbiamo cambiare l’Europa”. Fine dei comizi. Secondo i sondaggisti, la Brexit potrebbe rimescolare le carte in tavola. Gli spagnoli potrebbero propendere per la stabilità servita da Rajoy, che finora sembra destinato a vincere in voti, ma forse non in seggi.

Possibile. Se non fosse che questa settimana è arrivato un altro terremoto a scuotere una campagna sonnolenta. E proprio dai piani alti del governo in funzione: le intercettazioni del ministro degli Interni Jorge Fernández Díaz, in conversazione con il direttore dell’Ufficio antifrode della Catalogna Daniel de Alfonso, fanno tremare il partito popolare. Secondo quanto pubblicato in esclusiva dal quotidiano Publico.es – dove ieri la polizia giudiziale cercava del materiale – il ministro “suggerisce” a de Alfonso di confezionare qualche indagine ad hoc contro gli acerrimi nemici della Catalogna indipendentista. Come a dire, uso e abuso delle istituzioni dello Stato contro gli avversari politici. Rajoy s’è difeso parlando di una manovra elettorale dell’ultimo minuto – “come sempre vogliono pescare in acque torbide” – e ha smentito che la questione fosse influente per la campagna. Risposta ben diversa dagli altri partiti che in coro hanno chiesto la testa del ministro, finora senza successo.

Comunque vada domenica nulla è certo, se non che anche stavolta servirà un accordo di governo. Il partito popolare, secondo gli ultimi sondaggi, resta prima forza politica (al 29%), Unidos Podemos supera il Psoe e si piazza al secondo posto con un 26%. I socialisti in terza posizione col 20,5% e Ciudadanos con circa il 14,5% delle preferenze. In ogni caso non sarà un buon risultato per i socialisti. Qualsiasi scenario ex post sarà diabolico, sia che restino o meno in seconda posizione. Tutte le soluzioni di governo torneranno a dipendere delle scelte di Pedro Sánchez (Psoe): o con Unidos Podemos o con il PP. E qualsiasi scelta potrebbe portare a una rottura interna. Sánchez potrebbe essere costretto a fare un passo indietro o potrebbe costringere a far fare un passo indietro a Mariano Rajoy, in cambio di un appoggio passivo all’ala di centrodestra. In mezzo ci sarà Albert Rivera, pronto a mediare per una coalizione a tre. Unidos Podemos resterebbe fuori dai giochi.

Nessuno – e soprattutto dopo il voto britannico – sembra disposto a dialogare con Pablo Iglesias. Nemmeno i socialisti. L’ha detto Felipe González pochi minuti prima che si chiudesse la campagna. Nel primo e ultimo meeting l’ex presidente del governo accanto a Pedro Sánchez ha voluto mandare un messaggio chiaro, utilizzando la Brexit contro Podemos. “Non possono essere nostri alleati” perché sono degli “irresponsabili come David Cameron” nel voler dividere e indebolire la Spagna. Dalla Casa del Reloj di Madrid ieri però si levava un’altra voce: “Presidente! Presidente!”. Poco dopo Pablo Iglesias si rivolgeva alla folla: “Siamo il voto utile per sconfiggere il PP e la sua corruzione. Siamo il vento del pueblo. La storia è nostra e la fanno i popoli”. Cit. Salvador Allende.

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