A noi gli anni dell’infanzia non ci hanno insegnato poi niente. E dire che, come sostengono un po’ tutti, da psicologi a pedagoghi, è proprio nei primi anni di vita che si apprendono quegli insegnamenti che poi ci saranno utili nel resto della vita. Ecco, se quando eravamo piccoli avessimo iniziato a non dare troppo credito alla faccenda delle aspettative che poi, puntualmente, vengono deluse, forse oggi ce la vivremmo meglio. In generale nella vita, ma anche nello specifico.

Quindi, essere arrivati all’uscita dell’EP degli Strokes con la speranza, ancora una volta, di sentire qualcosa che ci richiami alla mente Is This It è da sciocchi, e pure da illusi. Di più, da autolesionisti. Perch,  se è vero come è vero che in effetti per una volta tanto i ragazzi di New York sembrano aver tirato fuori delle canzoni senza che nessuno stesse lì col fucile puntato, addirittura non vincolati al contratto con la RCA  (l’EP è uscito per la Cult Records, etichetta indipendente), dall’altra è pur vero che la spontaneità o urgenza che dir si voglia non ha certo sopperito alle solite svogliatezze cui Casablancas e soci ci hanno abituato nel tempo, specie quando agiscono sotto il marchio che li ha resi celebri, The Strokes.

Intendiamoci, non stiamo dicendo che le quattro tracce regalateci dagli Strokes siano brutte: brutta è solo la versione remix di una delle tracce, fatta da Fabrizio Moretti, e forse neanche brutta, semplicemente inutile: se confrontiamo queste tracce con le aspettative che il nome richiama ancora alla nostra mente, manco fosse un riflesso condizionato alla Pavlov, beh, diventano canzonette da Festivalbar, e questo, ammettiamolo, trattandosi di una delle ultime realtà rock uscite prima che parlare di rock smettesse di aver senso, è un po’ patetico.

Gli Strokes scrivono e pubblicano tre canzoni. Questo è. Una, Drag Queen, un filo punkeggiante, secondo i canoni newyorkesi del canone. Niente che possa fare da colonna sonora a una rivolta tutta fiamme e vetrine rotte, ma comunque un po’ di energia. Un’altra, OBLIVIUS, quella che poi Moretti remixa, è la canzone più pop, con un buon ritornello orecchiabile (per pop, fate attenzione, non si intende certo quello di Ariana Grande, qui si parla di chitarre e si fa largo sfoggio di chitarre che si intrecciano con le tastiere), l’ultima, Threat of Joy, è forse quella che più richiama alla mente Is This It, ma giusto perché le chitarre prendono il sopravvento e perché la ritmica richiama proprio quel periodo lì.

Insomma, apriamo l’uovo di Pasqua, ci sembra di vedere che ci sia quella macchinina lì telecomandata che abbiamo visto in televisione, durante Bim Bum Bam, e poi scopriamo che si tratta di un disegno su un pezzetto di plastica bianco, di quelli che se li bagniamo e li applichiamo su un braccio diventano un tatuaggio, ma non un tatuaggio vero, ovviamente, uno di quelli sbavati che si attaccano ai peli del braccio e dopo pochi minuti diventano un obbrobrio, una delle prime brutte esperienze del nostro transito sul pianeta terra. Se proprio non ce la fate, amici, a vivere senza musica degli Strokes, oltre a ricorrere a un bravo professionista, magari lo stesso che sta cercando di mettere una pezza alla delusione dell’uovo di Pasqua, rivolgetevi alla musica che i componenti della band propongono nei loro progetti solisti, non all’altezza dei primordi della band medesima, ma sicuramente meglio di un contentino come Future Present Past (past di che?, sarebbe da chiedere). Altrimenti, ma queste sono solo parole, continuate a far girare nel vostro lettore cd (se li amate non siete passati a Spotify, confessate) Is This It, e al limite Room on Fire: il bello della musica incisa è che, se ben fatta, mica invecchia. Quelli che invecchiamo siamo semmai noi, nonostante i tatuaggi finti trovati dentro l’uovo di Pasqua.