Hillary Clinton ha l’appoggio di un numero di delegati sufficiente a diventare la “candidata presunta” del partito democratico alla nomination. Lo dice Associated Press, che ha rivisto i propri conteggi su delegati e superdelegati ottenuti in questi mesi di primarie e caucuses. La candidata democratica avrebbe superato la soglia dei 2383 necessari per la nomination. In particolare, sarebbero le dichiarazioni di voto di alcuni superdelegati ad avere consentito all’ex segretario di stato di superare la soglia fatidica.

Con un tweet, subito dopo l’annuncio, la Clinton ha detto: “Sono lusingata, Associated Press, ma abbiamo delle primarie da vincere”. La proclamazione di queste ore arriva infatti alla vigilia dell’ultimo evento importante di queste primarie: il voto in California (che dà il premio più consistente dell’intera stagione, con 546 delegati) e poi New Jersey, New Mexico, North e South Dakota. Proprio al voto di oggi ha fatto allusione la Clinton in un’intervista con Rachel Maddow di MSNBC, spiegando di non “voler affrettare le cose”.

Non è un mistero, peraltro, che la Clinton e il suo team avrebbero preferito raggiungere il numero magico di 2383 attraverso il voto popolare – soprattutto quello di oggi in California – e non grazie al sostegno dei superdelegati, che sono membri del comitato nazionale, senatori, deputati, amministratori locali, dirigenti del partito. I candidati democratici, sinora, hanno combattuto per un numero complessivo di 4765 delegati; 4046 tra questi sono aggiudicati attraverso il voto nelle primarie e nei caucuses. La Clinton, in questi mesi, ha ottenuto l’appoggio della grande maggioranza dei superdelegati (ciò che ha giustificato l’accusa del suo rivale, Bernie Sanders, di essere la candidata dell’establishment). Ma anche senza l’appoggio dei superdelegati, la Clinton avrebbe a questo punto un vantaggio consistente su Sanders: 1812 delegati conquistati nelle primarie, contro i 1521 di Sanders.

Sempre nell’intervista alla Maddow, la Clinton si è comunque mostrata consapevole del traguardo raggiunto: essere la prima donna a correre per la Casa Bianca. “E’ una cosa storica, ne sono ben cosciente – ha detto – e prendo questa responsabilità con grande serietà. Penso comunque che la mia candidatura sia uno sviluppo positivo – non solo per le bambine e le donne, ma anche per gli uomini, perché io corro da presidente per ogni singolo americano”. Dal quartier generale di Bernie Sanders intanto è arrivata una risposta che tende a minimizzare l’annuncio di Associated Press. “C’è troppa fretta”, dicono gli uomini di Sanders, che chiedono di aspettare il voto di oggi, soprattutto quello in California, prima di annunciare il candidato ufficiale.

La strategia di Sanders, fino a qualche ora fa, era appunto questa. Vincere la California, lo Stato in assoluto più importante in tutto il processo delle primarie; e andare poi dai superdelegati, che possono cambiare il candidato da sostenere, cercando di dimostrare che, con 20 Stati conquistati in questi mesi, Bernie è il candidato migliore per sconfiggere Donald Trump. La cosa, con ogni probabilità, scatenerebbe uno scontro violento nel partito democratico, ma Bernie Sanders ha comunque più di una volta dichiarato – l’ultima ancora ieri, in una conferenza stampa piuttosto nervosa in California – di non avere alcuna intenzione di ritirarsi e di lasciare il campo libero alla sua rivale.

In attesa del voto di oggi, si possono dunque fare soltanto previsioni. Nel caso di sconfitta di Sanders in California, è probabile che tutta la strategia del senatore si sgonfi e che Hillary Clinton proceda piuttosto tranquilla verso la Convention che a Philadelphia, a fine giugno, dovrà “incoronare” il candidato democratico alla Casa Bianca. Nel caso invece di una vittoria di Sanders, le cose potrebbero complicarsi. Sanders non potrà, ovviamente, chiedere la nomination (i numeri, per lui, restano comunque sfavorevoli). Quello che potrà fare è invece rivendicare un ruolo importante nella Convention: in tema di scrittura della piattaforma ufficiale del partito; in tema di scelta del vicepresidente che dovrà correre con la Clinton a novembre.