Alla fine ha vinto lui: sarà Giampiero Ventura il prossimo commissario tecnico dell’Italia, quando Antonio Conte lascerà dopo Euro 2016. Come aveva già deciso Carlo Tavecchio, prima dell’entrata a gamba tesa della politica. Qualcuno a Palazzo Chigi avrebbe preferito un profilo diverso per la panchina della nazionale: se non un grande nome, almeno un giovane rampante, di maggior appeal mediatico. Un nome a caso: Vincenzo Montella, ex della Fiorentina, da sempre vicino e gradito a Matteo Renzi. Non un “vecchio” allenatore di 68 anni. E questo ha frenato la nomina, che sembrava fatta e conclusa due settimane fa. Poi le stesse persone che avevano posto il veto probabilmente hanno deciso di fare un passo indietro: intromettersi nella scelta del ct sarebbe stato troppo perfino per il Giglio Magico renziano.

Anche perché stringere un accordo oggi con Tavecchio, avrebbe significato legarsi all’ex capo dei dilettanti domani, quando ci saranno le elezioni federali: a fine anno si vota per la presidenza Figc e la riconferma di Tavecchio è tutt’altro che scontata. Meglio lasciarlo decidere da solo e tenersi le mani libere per il futuro. Così siamo tornati al punto di partenza. E Tavecchio ha scelto finalmente il ct per l’Italia che verrà (e che non necessariamente sarà ancora la sua Italia): Giampiero Ventura, “Mister libidine“. Tecnico navigato ma senza esperienza internazionale: una vita in provincia, meglio se sul mare in ricordo delle sue origini genovesi, a predicare il bel calcio, far crescere i giovani e lottare contro squadre più ricche e attrezzate. Proprio ciò che dovrà fare sulla panchina azzurra per i prossimi due anni.

SENZA PRECEDENTI – Stavolta è una decisione coraggiosa, quella del presidente federale. Perché Ventura non piaceva a molti, e non ci sono precedenti per una scelta simile. Negli ultimi decenni la nomina è spesso caduta sui “top allenatori“: Sacchi, Trapattoni, Lippi. Lo stesso Tavecchio non si è sottratto a questa logica all’inizio del suo mandato, puntando su Conte. In alternativa o grandi vecchi, molto rappresentativi del pallone italiano (Cesare Maldini, Dino Zoff); oppure allenatori in rampa di lancio (Roberto Donadoni, Cesare Prandelli). Giampiero Ventura non è nulla di tutto ciò, quanto piuttosto un maestro di pallone. Ha grande esperienza (nella stagione appena conclusa è stato il tecnico più anziano della Serie A, alle spalle solo di Reja; a 68 anni), ma non ha mai vinto nulla. Arriva sulla panchina più prestigiosa senza grandi risultati o pedigree per le sue idee, perché ritenuto il più adatto per un nuovo progetto. È una scelta low-cost (guadagnerà meno della metà di “paperone Conte”) ma ideologicamente non al risparmio.

LIBIDINE IN PROVINCIAVenezia, Lecce, Cagliari, Sampdoria, Udinese, Napoli, Verona, Pisa, Bari: quella di Ventura è una vita spesa in provincia ad insegnare calcio. Anzi, bel calcio: “Io alleno per libidine”, è la frase più famosa del tecnico genovese. Del resto il mister ha dimostrato che la passione non ha età anche nella vita privata: a 68 anni la settimana scorsa ha sposato in Puglia la compagna Luciana. La sua carriera da allenatore, cominciata quasi tre decenni fa a Pistoia, sembrava in declino già a metà Anni Duemila, dopo un paio di stagioni disgraziate. Invece il meglio doveva ancora venire. Il rilancio in Serie B a Pisa, la consacrazione in Serie A a Bari. È qui che Ventura diventa “Mister libidine”, un po’ filosofo e un po’ Jerry Calà: scopre Ranocchia e Bonucci, fa segnare quasi 15 gol a Barreto, chiude al 10° posto col record di punti per il club biancorosso giocando il miglior calcio d’Italia. L’anno dopo c’è la parentesi infelice della retrocessione macchiata dallo scandalo calcioscommesse (da cui lui esce indenne). Poi il Toro: in Piemonte si fermerà cinque stagioni, diventando il tecnico più longevo e riportando i granata in Coppa. La cavalcata in Europa League nel 2014-2015 (eliminato negli ottavi dallo Zenit, dopo aver battuto fuori casa l’Athletic Bilbao) è stata il suo unico assaggio di grande calcio. Prima della nazionale.

CON CONTE DESTINI INCROCIATI – Per la seconda volta Ventura prenderà il posto di Antonio Conte. Forse non per caso, perché i destini dell’attuale e del prossimo ct sono incrociati. A Ventura, Conte ammise di ispirarsi per il 4-2-4 con cui si impose all’attenzione del grande calcio a Bari. Poi, quando fu chiamato alla Juve da Agnelli, proprio Ventura lo sostituì sulla panchina dei biancorossi, perché considerato il più adatto a proseguire quell’idea di calcio. Un precedente che sarà balenato anche nella mente di Tavecchio: ha già funzionato una volta in Puglia, perché non potrebbe farlo di nuovo in nazionale. Nel frattempo, quasi in un percorso simbiotico, Ventura ha a sua volta seguito le orme tattiche di Conte: pure lui ha abbandonato il dogma del 4-2-4 per passare alla difesa a 3, il modulo con cui ha riportato il Toro in Europa. E che sembra anche il vestito più adatto alla dimessa nazionale di questi tempi.

INESPERIENZA E FALSA PARTENZA – Non mancano, però, le controindicazioni. Il tecnico genovese non ha alcuna esperienza ad alto livello. Arriva per portare la sua filosofia in nazionale, ma non è facile imprimere un’identità ritrovando giocatori diversi una volta ogni tre mesi. Poi c’è il ruolo del supervisore, una doppia incognita a questo punto: un nome di peso rischia di essere una presenza ingombrante per il nuovo ct; specie se non dovesse più essere Lippi (principale sponsor di Ventura, ora bloccato dal conflitto d’interessi del figlio procuratore Davide), la convivenza potrebbe diventare difficile. Un altro ostacolo sulla strada di Ventura: la sua avventura azzurra è cominciata nel peggiore dei modi. Con la pesante eredità di Conte da raccogliere. Il dubbio di non essere già la prima scelta di Tavecchio (che avrebbe preferito il ritorno di Donadoni, legato però al Bologna). Persino la delegittimazione della politica, che ha provato a sostituirlo ancor prima che potesse sedersi su quella panchina sognata per tutta la vita. Nessuno, però, potrà togliergli la libidine di allenare la nazionale.

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