Il livello di civiltà di un Paese si misura secondo diversi parametri di riferimento. Uno di questi riguarda l’intolleranza e il razzismo, il cui termometro è in mano alla Commissione contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri), in seno al Consiglio d’Europa. Si tratta di un organo di monitoraggio indipendente in materia di diritti umani specializzato nelle questioni relative al razzismo e all’intolleranza. L’Ecri svolge un’attività di monitoraggio quinquennale “paese per paese’’, tramite la quale analizza – in rapporti periodici – la situazione in ciascuno degli Stati membri in materia di razzismo e di intolleranza.

Il 7 giugno di quest’anno è stato pubblicato il V° Rapporto sull’Italia, accompagnato dalle parole del segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland: «Mi congratulo con l’Italia per l’adozione della legge che riconosce ufficialmente le unioni civili per le coppie dello stesso sesso. È importante concedere a tutti gli stessi diritti». Il Rapporto ha sottolineato come in Italia un numero crescente di episodi di discorsi di incitamento all’odio ha dato luogo a procedimenti giudiziari e come il nuovo Piano d’azione contro il razzismo abbia proposto misure per combattere il discorso dell’odio e la violenza razzista, omofobica e transfobica. L’Ecri ha inoltre elogiato l’Italia per i notevoli sforzi compiuti nelle operazioni di salvataggio in mare.

Su un ambito l’Italia si è ancora una volta mostrata in colpevole ritardo: quello riguardante i rom. Condizioni abitative segreganti e marginalizzanti, Strategia Nazionale di Inclusione inapplicata, sgomberi forzati: sono queste le criticità riscontrate dai commissari europei nel nostro Paese. Nel marzo 2015 il Comune di Torino tentò lo sgombero di decine famiglie rumene accampate lungo il fiume Stura. Qualche mese dopo fu la volta dei 500 rom che da anni vivevano lungo un altro fiume, il Crati, a Cosenza.

A distanza di mesi sgomberi forzati che coinvolgevano centinaia di rom sono stati registrati a Roma, dove il Comune commissariato ha tentato di mettere sulla strada le famiglie da anni residenti nel centro di via Salaria; un mese fa fu la volta dell’insediamento di via Mirri, sempre nella Capitale. In due casi, a Torino e in via Salaria, lo sgombero fu evitato grazie al ricorso alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo; altrove i rom furono lasciati sulla strada.

Secondo l’Ecri questi e altri sgomberi forzati «sono condotti non rispettando le garanzie procedurali, senza previa notifica per iscritto, per esempio, e soprattutto senza proporre soluzioni abitative alternative. La mancanza di un piano abitativo alternativo costringe le autorità municipali ad offrire alle famiglie sgomberate soluzioni temporanee. Purtroppo, troppo spesso i rom sgomberati si spostano semplicemente in un altro campo non autorizzato». Di conseguenza, l’Ecri nota come questi sgomberi forzati non comportino un miglioramento delle condizioni abitative o igienico-sanitarie ma hanno l’effetto «di riprodurre semplicemente altrove la stessa situazione precaria e insalubre che ha portato allo sgombero dal luogo precedente».
«Sono preoccupato per il perdurare degli sgomberi forzati dei rom dagli insediamenti abusivi», ha affermato il presidente dell’Ecri, Christian Ahlund. «Esorto le autorità locali e nazionali a procedere a tali sgomberi nel rispetto delle garanzie procedurali e unicamente qualora vi siano soluzioni abitative alternative». Per questo l’Ecri ha raccomandano che le autorità italiane garantiscano che tutti i rom atti ad essere sgomberati dalle loro abitazioni godano della piena protezione delle garanzie del diritto internazionale in materia.

Ripristinare la legalità istituzionale nell’ambito dei diritti umani: dovrebbe essere questa la priorità dei nuovi amministratori chiamati a governare le città italiane. Per qualcuno potrà essere il modo migliore per declinare il grido “Onestà, onestà…” – refrain della campagna elettorale – in azioni concrete che riguardino in primis quelle amministrazioni che, infrangendo la legge e in assenza di trasparenza, continuano illegittimamente ad abbattere le abitazioni dei rom, e con esse i loro diritti, buttando alle ortiche i soldi dei contribuenti. Perché le baraccopoli istituzionali, così come gli sgomberi forzati, altro non sono che la conseguenza ultima della stessa ipocrita illegalità di matrice istituzionale, quella di chi invoca la legge dopo averla calpestata.