A dimostrazione che la qualità è una caratteristica, un valore transgenerico che può o meno attraversare ambiti, stili e tipi di produzioni tra loro ben distinti quanto distanti, oggi parliamo di tre album appartenenti a tre mondi musicali nettamente separati fra loro, anche se in realtà accomunati, appunto, da una grande qualità d’impianto: Nemesi di Alberto La Neve, Disordine di Chiara Raggi e Vivo dei Barock project. Il primo, più per questioni ritmiche e melodiche che altro, ascrivibile al territorio del jazz, il secondo alla canzone pop d’autore e il terzo alla migliore tradizione del rock progressivo.

Nemesi lascia stupiti da diversi punti di vista, da diverse angolazioni: un intero album costruito su un unico strumento, il sassofono di Alberto La Neve, che, sfruttando la scrittura in multitraccia, costruisce veri e propri castelli timbrico-motivici, all’interno dei quali il suono del sax viene sperimentato e indagato in tutte le sue possibilità espressive, in tutti i suoi meandri sonori.

Basta, per farsi un’idea dei giochi timbrici presenti in questo lavoro, ascoltare l’ultimo brano in scaletta, Baba Jaga, unico di tutto l’album a essere costruito su una lunga sessione di sax solo: nessuna costruzione in multitraccia, nessun castello timbrico-motivico ma la sola presenza di un unico fiato impegnato a dotarsi tanto delle basi ritmiche quanto dei micro o macro motivi utili ad arricchire il decorso sonoro e portare a casa il convincente monologo musicale che ne scaturisce. Un disco, Nemesi, che sembra volersi collocare in una dimensione totalmente “altra”, al di là di ogni convenzione o approccio d’ascolto: 1, 10, 100 sassofoni, un’intera orchestra di sax giunge a disorientare l’ascoltatore per condurlo nell’originale, inquietante, misterioso, sorprendente mondo musicale di Alberto La Neve.

Dal jazz addomesticato di Nemesi al ricco pop del Disordine di Chiara Raggi il passaggio non è certo breve, se non in alcuni dei profili motivici che caratterizzano entrambi i lavori. L’album della Raggi è un inno alla gioia della migliore delle tradizioni cantautorali nostrane, merito, questo, oltre che di musicisti come Aaron Goldberg (piano), Daniel Bestonzo (tastiere), Dario Chiazzolino (chitarra), Ugonna Okegwo (contrabbasso) e Lawrence Leathers (batteria). Diversi di loro erano già presenti nel primo album della cantautrice riminese, come i preziosi, ricchi, molto ben collaudati arrangiamenti dello stesso Chiazzolino, i cui trascorsi progressive e la cui sensibilità jazzistica caratterizzano a fasi alterne e a dosi variabili tutto il secondo lavoro discografico della Raggi.

Altro punto forte di questo lavoro sono certamente i testi, in una poetica che sembra volersi collocare in un lungo, interminabile tramonto estivo, di quelli la cui malinconia non lascia altro che un preciso senso di ricongiungimento con se stessi. Convincente, infine, la voce della cantante, che anche se promossa in un videoclip, quello del brano Amo amabilmente, che avrebbe forse meritato scelte meno convenzionali e scontate, si fa apprezzare proprio per la sua capacità di non ostentare, di mantenersi sobria e pulita, ossia, nell’ottica del nomen omen, Chiara.

Vivo è infine il doppio album live dei Barock project, gruppo progressivo che, come da nome, importa nella sua musica tratti stilistici della grande tradizione barocca europea: dai precisi profili contrappuntistici alle forme complessive dei pezzi che vanno a comporre un lavoro che, registrato in luogo del tour del 2015, ripercorre ben dieci anni di musica e i quattro album da studio pubblicati dalla band (l’ultimo dei quali, Skyline del 2015, ha visto inoltre la partecipazione di due nomi illustri, Vittorio De Scalzi dei New Trolls e Paul Whitehead, primo cover artist dei Genesis).

L’amore per la melodia, per i ritmi di danza, per i sintetizzatori, per uno spirito folk che, sebbene arricchito e strutturato dalla sapienza compositiva di Luca Zabbini, permea fortemente la musica dei Barock project. Molti altri elementi concorrono a formare il suono complessivo di un gruppo che ha già riscosso numerosi successi in giro per il pianeta: il sinfonismo rock, i toni a tratti apocalittici, le melodie affidate alle chitarre che tanto rievocano certo metal anni ’80, nonché le escursioni pianistiche che giungono a stemperare i toni, immettendo un sapore leggermente jazzistico in questo doppio album che sintetizza dieci anni di ambiziose miscellanee che non rischiano mai di deludere o tradire i più che buoni propositi.