Parliamo delle opportunità perse, senza la pretesa di esaurire, in poche righe, il mare magnum di occasioni che ci lasciamo scappare, di decisioni su cui torneremmo volentieri indietro o di cancellare dubbi e domande che fanno da sfondo perpetuo ai nostri pensieri sul “se alcune cose le avessimo fatte diversamente che cosa sarebbe successo?”Ora io qui ho la semplice pretesa di fermare il tempo, perché devo scendere. “Come si fa?” chiederete poco convinti della validità di quanto blatero. Non è possibile! Mettiamola così, se non riuscirò a spiegare quanto vado sostenendo, allora la considererò un’occasione persa, quindi almeno non andrò fuori tema.

Che cos’ è il tempo? “Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so”. Uso Sant’Agostino perché ben si presta questo suo aforisma a dare una definizione di quel che non può essere definito. Il tempo non può essere spiegato senza averlo vissuto, altrettanto quindi la sua interruzione, che però noi in realtà sperimentiamo, senza averne troppa coscienza, attraverso i ricordi o quando invece, al contrario, dimentichiamo. Il tempo scorre, ma la testa è piena di istantanee di momenti cruciali o meno della nostra vita, è altrettanto lo è quello che Freud ha reso così popolare, l’inconscio. Il non sapere di certe cose non implica il loro non esistere, le nostre dinamiche (con un occhio di riguardo a quelle più disfunzionali) sono lì a farci da promemoria.

E’ dentro di noi che il tempo può interrompersi, non solo come assurda ipotesi, ma come paradossale realtà. Fuori da noi il tempo non si preoccupa del nostro vissuto, va avanti incurante di quanto lascia dietro di sé o forse è lì che se la ride. Un momento indimenticabile lo è perché qualcosa di noi vi si è fermato e non è più andato via, la stessa cosa accade per un momento drammatico, subire un trauma ci blocca, non andiamo più avanti interi, ma solo in parte, divisi, qualcosa rimane indietro.

Il tempo ha quindi due dimensioni, quella esterna che mi relaziona agli altri e mi permette di vivere nella quotidianità dei rapporti e quella  interna che paradossalmente dagli altri mi allontana e mi fa sentire intimamente dentro la mia individualità. D’altronde si afferma in continuazione che ognuno ha i suoi tempi  e che questi vanno rispettati, no? Se il tempo ha velocità diverse e quindi può accelerare o rallentare, allora potrà anche fermarsi. Non si dice anche che il tempo può tutto?

L’uomo però, se pur ha trovato il modo di misurare il tempo esterno attraverso l’uso dei secondi, dei minuti, delle ore e via cronometrando, ha sempre fallito nella ricerca di altrettanta sicurezza per la misurazione di quanto le cose permangano al suo interno, lì il tempo è selvaggio ed indomabile, sfugge ad ogni controllo, non si lascia ingabbiare da un orologio al polso o da un calendario alla parete. Il tempo fa i conti con quel che fu molto più di con quel che sarà, se del domani non c’è certezza, essa abbonda in quanto è successo o meno ieri e ci influenza, nel bene o nel male.

I vorrei e gli avrei dovuto della nostra vita  presidiano la nostra insoddisfazione, perché un po’ di insoddisfazione, ammettiamolo, ce l’abbiamo tutti, anche i più realizzati possono  confessarcelo, li capiremo, l’essere umano ha sempre avuto con lei un rapporto tormentato. La vita è una ricerca continua, non è fatta per raggiungere dei traguardi, ma per spostarli, cambiarli, inventarli attraverso l’esperire.

Gli avrei dovuto condizionano i vorrei, li provocano e li stuzzicano in un incessante gioco di seduzione. I vorrei entrano in uno stato di dipendenza affettiva nei confronti degli avrei dovuto e non ne escono più fuori. Allora, se fermo il tempo perché voglio scendere, è solo per provare a fare un pezzo di strada senza pensare a quanto ho perso, ma a ritrovarmi nelle parti di me che sono rimaste indietro, da questo ho solo da guadagnarne.