Fa sempre un po’ di paura stare in cima a una piramide. Pareti scoscese, pietre lisce: saranno anche poche decine di metri, ma sembra di essere sul precipizio di una montagna. Suggestione. Hai anche fatto una faticaccia ad arrampicarti fin quassù attraverso passerelle e scale a pioli verticali che è meglio non guardare giù. Un misto di fiatone ed emozione. Questa piramide poi. Ti fa venire in mente Apocalypto, il film. Il sacerdote che stendeva la sua povera vittima e con un coltello, immagino neanche tanto tagliente, gli toglieva il cuore per mostrarlo alla folla eccitata ai piedi del tempio. Sacrifici umani, offerte agli dei. Poi il corpo del poveretto veniva buttato giù e rimbalzava di gradone in gradone, frullandosi ben bene. Eppure i Maya erano un popolo raffinato, elegante, colto. È una piramide maya, questa, una delle tante a Tikal, il sito archeologico più bello, importante e visitato del Guatemala. Si calcola che ai tempi del massimo fulgore la “City”, che occupa circa 4 chilometri quadrati, governasse un territorio di 120 chilometri quadrati, entro cui sorgevano siti satellite. Le periferie, insomma. Il centro arrivò a toccare i 100.000 abitanti. Come dire la New York dell’epoca. La città-Stato di Tikal fu così potente da imporsi su gran parte del mondo maya. Nel parco nazionale costruito per proteggerla, oltre 500 chilometri quadrati di giungla che fanno da cintura a templi e palazzi, squadre di operai e archeologi lavorano tutti i giorni per far riemergere gli edifici ancora soffocati dalla vegetazione. Le piante hanno coperto tutto, sgretolando anche le pietre. Le piramidi sono diventate colline verdi piene di rovi e sterpi. Quando l’opera sarà finita la New York dei Maya si vedrà nel suo completo splendore.

Si sta, noi visitatori, tutti insieme abbarbicati sulle pietre, ognuno con i propri pensieri a guardare il sole che va giù dietro la coltre verde che da quassù sembra non finire mai. Solita varietà umana. Qualche Indiana Jones perfettamente abbigliato, un paio di bermuda a fiori, zainetti con la bottiglia di plastica dell’acqua che spunta da una tasca laterale. Non importa, se sei a Tikal invece che su una spiaggia dei Caraibi vuol dire che cerchi qualcosa. Quel qualcosa di magico che inevitabilmente ti avvolge senza che te ne accorga. Poi si aggiunge il fascino delle letture. I Maya erano un popolo avanzato. Prima che la foresta inghiottisse ogni cosa risparmiando solo i “grattacieli”, come il tempio del Serpente a due teste alto una settantina di metri, qui c’era gente che sapeva far di conto, conosceva lo zero, nel senso di numero zero, cosa rara, evanescente, impercettibile, magica, conosceva i pianeti e le stelle, che aveva diviso il tempo con la precisione di un astronomo moderno, che faceva funzionare una società solida ma mistica allo stesso tempo, in un connubio tra il fantastico e il reale. I templi e i palazzi, che resistono come probabilmente non resisteranno i grattacieli di Manhattan, e intorno i villaggi, le case sbriciolate dal tempo, insieme con la cultura, cancellata dalle invasioni. E ancora dal tempo. Non puoi resistere davanti agli archibugi se sei un sognatore. Non puoi opporti con la sapienza davanti alla violenza. Se sei un maya, con un passato così, devi avere una tristezza infinita dentro l’anima. Ti porti in giro la tua pelle ambrata e il tuo naso arcigno, i capelli neri e lisci in un mondo che non è il tuo.

Raffinati, eleganti, colti. Utilizzavano un calendario civile, l’Haab, fatto di kin, i giorni. Venti kin facevano un uinal, 18 uinal davano un tun. C’erano poi i 5 giorni uayeb, nefasti. Non si faceva nulla, si stava in casa a pregare le divinità. Conoscevano le stelle, i Maya, avevano perfino previsto la fine di tutto, nel 2012. Sbagliando, però. Calcoli fatti male. Però ci pensavano, avevano il concetto di un mondo che finisce. Avevano una numerazione vigesimale e decine di versioni della loro lingua. Forti e orgogliosi, i discendenti le usano ancora, a onta dello spagnolo imposto dai conquistadores. Non rinunciano ai loro costumi colorati, non rinunciano ai loro piccoli dei pagani, cui hanno aggiunto, sovrapposto, una veemente e spettacolare fede cristiana. Tutto insieme. “Non siamo un mito del passato, rovine nella giungla o negli zoo. Siamo persone e vogliamo essere rispettate, non essere vittime dell’intolleranza e del razzismo”, ha scritto Rigoberta Menchú Tum, maya K’iche’, Nobel per la pace nata a Uspantán, in Guatemala. C’è il Guatemala qui intorno, appena giù dai gradini del tempio, appena fuori dalla foresta incantata. Confini politici inventati dopo la Conquista hanno frantumato tutto quel che c’era di civile e colto, in tanti pezzetti, soffocandolo con un grande cuscino di arroganza. Il padre di Rigoberta è morto nel 1980 nel rogo dell’Ambasciata spagnola a Città del Guatemala. Con altri aveva occupato pacificamente per richiamare l’attenzione internazionale sulle espropriazioni illegali delle terre e sull’oppressione governativa. Le forze di sicurezza del regime guatemalteco scatenarono un inferno di fiamme. Lei iniziò la sua battaglia per avere giustizia. All’inizio del 2015 l’ex capo della polizia Pedro García Arredondo è stato condannato a 90 anni di carcere, 40 per la strage in cui morì Vicente, il padre di Rigoberta.

Fin che resti a Tikal il Guatemala è lontano. Scendi dai gradini del tempio, passeggi nella foresta buia con le scimmie che saltano e urlano sugli alberi, il ruggito di un giaguaro lontano, una tarantola enorme che ti attraversa il sentiero. E ti lasci la magia alle spalle. (fine)

 

COME ANDARE A TIKAL?

(qui informazioni pratiche sul Guatemala)

Le prime costruzioni (Mundo Perdido) risalgono all’800 a.C. Il collasso arrivò tra la fine del IX e i principio del X secolo dopo Cristo; alla fine del 900 fu completamente abbandonata. Il nome Tikal è di epoca moderna e venne adottato dopo la “riscoperta” della città a metà Ottocento. I suoi abitanti la chiamavano Yax Mutul, come attestano le iscrizioni. Su una superficie di circa 16 chilometri quadrati ci sono circa 3.000 strutture, fra tempi, palazzi, residenze, altari, terrazze, campi per la pelota e piazze, la maggior parte collegati a cisterne tramite acquedotti. Le aree cerimoniali principali contano più di 200 monumenti. Il parco nazionale di Tikal è patrimonio Unesco dal 1979, uno dei pochi al mondo iscritto per il suo valore sia naturalistico sia culturale (http://whc.unesco.org/en/list/64).

Templi principali: Tempio I o del Gran Giaguaro, Tempio II o delle Maschere, Tempio III o del Sacerdote Giaguaro, Tempio IV o del Serpente a due teste, Tempio V. Se si sta solo qualche ora non vanno persi la Gran Plaza, i templi IV (il più alto di Tikal e uno dei più alti dell’intero mondo maya, da cui si gode la vista migliore) e V e il complesso del Mundo Perdido.

Quando andare: il sito può essere visitato tutto l’anno, ma la stagione migliore è quella secca, da novembre ad aprile. Durante la stagione delle piogge, infatti, l’area – nel basso dipartimento di Petén – si trasforma spesso in un pantano.

Come arrivare: bus, minibus e taxi collegano continuamente Tikal con El Remate e Flores, sul lago Petén Itzá. La gran parte dei visitatori pernotta a Flores, distante 65 chilometri, che può essere raggiunta con un’ora di volo da Ciudad de Guatemala (Avianca, circa 120 dollari a/r, www.avianca.com/en-gt) oppure in bus o minibus, anche notturni, dalla capitale (circa 500 chilometri). Le escursioni organizzate generalmente prevedono l’arrivo al sito in tarda mattinata e la ripartenza a metà pomeriggio, perdendo così i due momenti più suggestivi (anche per vedere gli animali), cioè il mattino presto e il tardo pomeriggio.

Dove dormire: ci sono anche alcuni alloggi all’interno del parco, comodissimi se si vuole visitare il sito la mattina presto o la sera. Organizzano tour.
Tikal Inn: sistemazioni in bungalow, junior suite (in due ville), camere nell’edificio principale o in uno satellite (chiamato Ranchon), per 2, 3 o 4 persone, tutte con bagno privato e acqua calda. C’è anche la piscina. Prezzi da 60 a 95 dollari a notte per la doppia; pacchetti comprensivi di cena e colazione, transfer da Flores e tour di 4 ore (ingresso al sito alle 4.30), da 100 a 135 dollari per la doppia.
www.tikalinnsunrise.com
Jungle Lodge Tikal: hostal (doppie con bagno in comune) e hotel (con bagno privato), rispettivamente sui 30 e sui 70 euro. Anche qui, piscina, tranfer, ristorante e connessione wi-fi.
www.junglelodgetikal.com (in costruzione).
Jaguar Tikal: bungalow con bagno privato e acqua calda (sui 90 dollari in due). Pacchetti comprensivi di tour e pasti. In luglio e agosto sconti intorno al 20%. Si può anche piantare la tenda.
www.jaguartikal.com
Tutti e tre sono presenti sulle piattaforme di prenotazione alberghiera, a prezzi spesso interessanti.

Ingresso: 150 GTQ (17,50 euro circa), gratis fino a 12 anni. Si paga solo in quetzal contanti.

Orario: dalle 6 alle 18 tutti i giorni; si può entrare prima (dalle 4) e/o fermarsi di più (fino alle 20), accompagnati obbligatoriamente da una guida, con un costo addizionale di 100 GTQ (circa 12 euro).

Da non dimenticare: scarpe comode, il pranzo, acqua, crema solare e un repellente per insetti.

Per informazioni su Tikal e gli altri siti maya di Petén: www.turismo-sigap.com/es/ruta-al-mundo-maya