“Grazie al jury, siete molto gentili”. Con queste parole da gentiluomo d’altri tempi Ken Loach ha aperto ieri sera il suo breve discorso di ringraziamento per aver ottenuto la Palma d’oro al Festival di Cannes con I, Daniel Blake. Ma se l’inizio è stato morbido, il seguito è stato ben più intenso e ha mostrato, oltre che l’energia di questo combattente del cinema, anche la forza di un festival come quello di Cannes, capace non soltanto di fare il punto sulla situazione della produzione mondiale, ma anche di misurare la temperatura sociale al di là e al di fuori del cinema. In occasione della presentazione del film brasiliano Aquarius, nei giorni scorsi, la troupe sul red carpet aveva alzato cartelli per denunciare il “colpo di Stato” di cui è vittima in questo momento la presidente brasiliana Dilma Rousseff. Ieri Loach ha proseguito il suo discorso denunciando a sua volta l’economia neoliberale che rischia di portare alla catastrofe, mentre una piccola minoranza si arricchisce in maniera vergognosa. Il cinema, diceva Loach, è portatore di numerose tradizioni: una di esse è quella della denuncia, che ci si può augurare si mantenga, a testimoniare che un altro mondo non solo è possibile ma è necessario.

In fondo il cinema costruisce sempre altri mondi, mondi possibili. E dunque magnificare il cinema vuol dire quasi naturalmente mostrare l’altra faccia dell’esistente, il suo dark side. Loach dipinge quest’altra faccia in chiave politica, altri lo fanno invece in chiave poetica o anche narrativa. Se c’è un elemento che accomuna molti dei film che si sono visti quest’anno a Cannes è proprio la tensione verso l’alterità (laddove invece quando il cinema tende a replicare l’esistente mostra il suo lato più debole). L’edizione di quest’anno del festival lascia, oltre al premio per Loach e per il suo film duro e forte, il premio della giuria a Xavier Dolan. Juste la fin du monde è uno dei film più poetici e al tempo stesso cinematografici visti a Cannes (l’altro, forse ancora migliore, è Paterson di Jim Jarmush, film interamente dedicato alla poesia che avrebbe meritato di entrare nella rosa dei premiati). Dolan ha il cinema quasi naturalmente sulle dita, come si dice di un pianista per la musica. Sa trasformare un testo difficile come la pièce di Jean-Luc Lagarce da cui il film è tratto, in un’ora e mezzo di cinema emozionante e maturo: una famiglia in cui non c’è comunicazione e all’interno della quale si parla di tutto fuorché dell’essenziale diventa il teatro di un esercizio di linguaggio in cui alle esitazioni, alle sospensioni ai silenzi dei personaggi che non sanno dirsi ciò che dovrebbero corrispondono le esitazioni dei raccordi, i silenzi degli sguardi, gli incontri mancati.

Ma Cannes lascia altre tracce dietro di sé, accostando esperienze molto diverse e modi di pensare il cinema anche opposti (basti pensare da un lato alle esperienze di laboratorio stile Torino Film Lab, pluripremiate nelle sezioni parallele, dall’altro all’irruzione sul mercato di giganti della crossmedialità come Amazon Studios). Alla conferenza stampa del suo film The Last Face, Sean Penn diceva giorni fa che venire a Cannes per un americano è importante perché in America si tende a fare selezioni piuttosto autoreferenziali che privilegiano quasi esclusivamente il cinema americano, mentre a Cannes ci si rende conto che il cinema è anche altro, che ci può essere un bellissimo film magari filippino (chissà se si riferiva implicitamente al bel Ma’ Rosa di Brillante Mendoza), che mostra il valore della differenza. Cioè, come diceva Dolan citando Anatole France, che la follia delle passioni è meglio della saggezza dell’indifferenza.