Sfilano sui bus di Roma i primi manifesti di Virginia Raggi (M5S) e finalmente abbiamo il quadro completo dei cartelloni e degli slogan di tutti i principali candidati al Campidoglio. Analizziamoli e scopriamone i punti di forza e debolezza.

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Con la comparsa dei loro manifesti sfatiamo due miti sul M5S. Il primo è quello secondo cui il Movimento non farebbe manifesti. Non è vero, li fa eccome, oltre che a Roma lo vediamo anche a Torino con la Appendino. Sarebbe assurdo non farne, soprattutto per loro che hanno candidati poco noti.

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Il secondo mito sfatato è quello che vuole che il M5S non punti anche sulle persone, ma solo su simbolo e idee. Anche questo è smentito. Sia dalle facce in primo piano sui manifesti, sia dal nome della Raggi nello slogan stesso della lista.

Lo slogan del M5S a Roma è, appunto, “CoRaggio”, con il cognome di Virginia dentro la parola ‘coraggio’. Un gioco di parole segno di un’idea istintiva piuttosto che di qualcosa basato su analisi e riflessioni. Che il M5S a Roma non dia peso agli slogan è evidente anche dal cambio in corsa che ha effettuato: lo slogan iniziale era “Roma ai romani”. L’opposto del mettere un nome di persona nel motto.

Se non è lo slogan a colpire, lo sono i colori (il giallo del M5S è perfetto per i cartelloni, come tutti i colori accesi), ma soprattutto la faccia della Raggi. Bell’aspetto, bella espressione. La candidata del M5S piace agli uomini e sta ispirando molte donne. In ultimo, bisogna notare che il M5S è l’unica forza ad usare il proprio simbolo nei manifesti.

Venendo ai diretti sfidanti del Movimento, al Pd, la prima cosa che notiamo è che sui manifesti di Giachetti, appunto, non c’è il simbolo del partito.

Quella di non mettere il simbolo del partito sui manifesti è una scelta comunicativa molto frequente. Questa scelta diventa obbligata quando si vuole dare un messaggio di discontinuità internamente al proprio partito. Come per dire, “pure se sono dello stesso partito, sono tutto un altro tipo di persona”.

Nel caso di Roma, dopo Mafia Capitale, il simbolo del Pd è un marchio del diavolo, un logo dal quale conviene separarsi il più possibile.

Matteo Orfini (Presidente del partito e commissario del Pd romano) mi ha scritto su Twitter che la scelta è dovuta al fatto che Giachetti “è candidato sindaco da una coalizione in cui non c’è solo il Pd. Si è sempre fatto così”.

Rispondo ad Orfini dicendo che in realtà anche Veltroni nel 2008 era candidato di una coalizione, eppure il simbolo del Pd fu usato nei cartelli. Inoltre c’è sempre l’opzione di metterli tutti i simboli della coalizione sul manifesto.

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La scelta comunicativa del Pd dal mio punto di vista è comunque condivisibile. A Roma, dopo ciò che è successo, avrei suggerito lo stesso.

È interessante anche lo slogan di Roberto Giachetti. “Roma torna Roma” punta sull’orgoglio tipico dei capitolini (rappresentato anche dalla testa alta del candidato nella foto) e suona molto come lo slogan di Donald Trump “Make America great again”, ovvero “facciamo tornare nuovamente grandi gli Stati Uniti”: l’America torna l’America. Uno slogan efficace e al passo coi tempi.

Anche i manifesti della Meloni non hanno il simbolo del partito. Essere associati a Fratelli d’Italia, partito di Alemanno (sindaco prima di Marino, toccato dalle indagini di Mafia Capitale) a Roma ha lo stesso effetto del simbolo Pd.

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La foto è molto bella e il nuovo look dona molto alla Meloni. Ad essere sbagliati sono i colori. Il bianco dello sfondo rende pressoché invisibile un cartellone stradale, che invece dovrebbe avere colori accesi per catturare l’occhio umano nel mare di stimoli che ci arrivano per le strade di Roma. Lo slogan della Meloni punta sull’orgoglio romano, come quello di Ghiachetti, e suona molto 300 – il film: “Questa è Roma”.

Finiamo con Alfio Marchini, il candidato oggi di Berlusconi. Come nelle prime uscite di Bertolaso, neanche lui ha il simbolo. Almeno al momento non ha ristampato i suoi manifesti col simbolo di Forza Italia, per pubblicizzare il recente accordo.

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E’ lo stesso Berlusconi a preferirlo. Ricordiamo infatti che ci teneva a precisare che Bertolaso non fosse neanche iscritto a Forza Italia, e il candidato stesso ha tenuto a precisare di avere solo la tessera della Roma. Successivamente, il simbolo comparirà, per confermare la fiducia dell’ex Cav. Rimangiata poco dopo.

Silvio non è l’unico ad essersi rimangiato la parola in questa corsa romana. Anche Marchini lo ha fatto. Il suo problema principale è infatti lo slogan.

“Liberi dai partiti”: uno slogan, due errori. Questo motto fa pensare più al M5S che a Marchini. Se non hai un simbolo forte, conosciuto, non dovresti fare cartelli ricalcando gli slogan altrui. Altrimenti fai campagna per loro. Inoltre, dopo l’accordo con Berlusconi, questo slogan è bruciato. Altro che “libero” dai partiti. Siamo proprio sicuri che un atto di coerenza, rifiutando il sostegno di Berlusconi, non avrebbe portato più voti all’ex giocatore di polo?

Onestà, orgoglio per la città (ma non per il partito, tranne che per il M5S) e cambiamento sono dunque i concetti chiave di tutte le campagne dei principali sfidanti nella Capitale. A qualcuno puntare su questi temi è costato qualche rinuncia, ad altri qualche gaffe, per altri è stata un’opportunità.