Cosa suscita questa fotografia? Tenerezza, per l’amore che sprigiona l’abbraccio di questa mamma, e, allo stesso tempo, profonda amarezza, perché sembra trasmettere la triste consapevolezza di regalare al proprio figlio una vita da prigioniero. “Nessuno schiavo è più infelice di quello che mette al mondo figli destinati a essere schiavi” (Esopo). L’immagine smaschera la reale situazione degli animali in cattività. Gli orsi, così come tutte le altre specie rinchiuse negli zoo, vivono una realtà artificiosa. Cucciolo e mamma non potranno mai sapere, senza la libertà, cosa significa essere un orso polare. Allo stato brado, questi animali nuoterebbero abilmente, si sposterebbero attraversando interminabili distese di ghiaccio e affinerebbero le tecniche di caccia per soddisfare il proprio istinto, garantendosi la sopravvivenza. Negli zoo, invece, sono confinati in spazi angusti, raffreddati artificialmente. La noia e la frustrazione provate nelle piccole celle di ghiaccio, li portano a sviluppare comportamenti stereotipati o autolesivi.

orsoI sostenitori degli zoo affermano che, tenere questi animali in cattività, è l’unico modo per garantirgli la sopravvivenza; in realtà, dietro a quest’affermazione, si nascondono i veri interessi: l’intrattenimento e il profitto. L’unico modo per proteggere questi animali è salvare il loro habitat, scegliendo semplicemente di mangiare per il pianeta. L’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (Fao), nel rapporto “Tackling climate change through livestock: a global assessment of emissions and mitigation opportunities”, pubblicato nel 2013, denuncia quanto l’allevamento del bestiame contribuisca al riscaldamento globale.

“In tutto, i gas a effetto serra (Ghg) associati alla filiera produttiva zootecnica sono responsabili fino a 7,1 gigatonnellate (Gt) di anidride carbonica equivalente (CO2) l’anno – vale a dire il 14,5 per cento di tutte le emissioni di gas serra prodotte dagli esseri umani. Le principali fonti di emissione sono: la produzione e la lavorazione dei mangimi (45 per cento del totale), il processo digestivo delle mucche (39 per cento), e la decomposizione del letame (10 per cento). Il resto è imputabile al trattamento e trasporto dei prodotti animali”, questo è ciò che emerge dal rapporto. L’economia zootecnica, oltre a contribuire al riscaldamento globale, inquina le falde acquifere, utilizza un terzo delle risorse idriche mondiali, affama le popolazioni umane povere, sottraendogli cibo e risorse, provoca la deforestazione, spingendo innumerevoli specie sull’orlo dell’estinzione. Scegliere di mangiare cibi di origine vegetale può rappresentare l’unico modo per invertire il meccanismo di distruzione del pianeta a cui stiamo consapevolmente partecipando giorno dopo giorno.