schermanUn omaggio ad un grande artista andrebbe sempre ben pensato. Il cofanetto che la Universal ha confezionato per celebrare Hermann Scherchen, a 50 anni dalla scomparsa, forse avrebbe meritato una maggiore ponderazione. Non tanto per i contenuti, che sono quasi sempre superlativi anche a molta distanza di tempo, ma per le numerose e imperdonabili assenze. Infatti la major ha di fatto preso i vecchi cd usciti singolarmente più di una decina di anni fa, dischi riesumati con le copertine originali della gloriosa etichetta Westminster, di cui la Universal aveva acquistato il catalogo, e li ha riuniti assieme. Non un lavoro che si possa dire encomiabile. Sarebbe stato giusto recuperare tutte le incisioni Westminster per rendere giustizia postuma ad uno dei maggiori direttori d’orchestra del Novecento, infaticabile avvocato della musica nuova ma anche accorto interprete di uno sterminato repertorio che risaliva indietro fino al Seicento.

Analizziamo brevemente il cofanetto. Grande amore di Scherchen era innanzitutto Bach, di cui provvide ad orchestrare l’Arte della Fuga per poi inciderla; nel box si trovano anche una splendida esecuzione della Messa in Si minore e la Passione secondo San Matteo, oltre ai Concerti Brandeburghesi. Sono tutte esecuzioni che rispecchiano una concezione di Bach che appartiene alla prima metà del Novecento ancora non storicamente avvertita ma che sono ancora godibili perché rigorose e non sentimentali, piene di un pathos un po’ nevrotico che era il marchio di fabbrica di quel genio. Stesso discorso vale per il suo Händel, di cui abbiamo un Messiah e i Concerti Grossi op. 6, esecuzioni che testimoniano l’appetito musicale di Scherchen ma che oggi si ascoltano più che altro come testimonianza storica.

Beethoven invece era una delle sue fissazioni, diremo ideologiche: sono esecuzioni nervosissime, piene di elettricità. Tempi ultraserrati e soprattutto depurate totalmente da quella retorica wagneriana che aveva fatto il fascino delle esecuzioni storiche di un Furtwängler, per esempio. Oltre alla scelta di solo 5 sinfonie (una delle maggiori pecche del cofanetto, si poteva ristampare almeno l’integrale) troviamo il raro oratorio Cristo sul monte degli Ulivi e la Vittoria di Wellington, con tanto di interessantissime prove. Imprescindibile, per un apostolo della Seconda Scuola di Vienna come fu il Nostro, il suo Mahler, di cui fu instancabile evangelista per tutta la vita.

La Westminster gli fece incidere poche sinfonie: la Prima, la Seconda, la Quinta e la Settima e l’Adagio della incompiuta Decima, prevalentemente con l’orchestra dell’Opera di Vienna. Esecuzioni che si pongono tra le più intense incisioni storiche: il nervosismo del gesto orchestrale di Scherchen trova il massimo compimento nella Settima che rimane tra le migliori in catalogo. Una versione apocalittica di questa titanica sinfonia dove i motivetti banali e parodistici del grandioso finale vengono tinti da Scherchen di una patina d’orrore, da danza macabra. Anche nella Quinta i risultati sono splendidi, le due marce funebri sono affrontate con disperazione violenta, i contrasti dinamici e timbrici vi sono estremizzati fino al parossismo restituendoci un Mahler combattivo fin nella certezza della sconfitta.

Il Novecento purtroppo è poco rappresentato: qualche Honegger, Prokofiev e il solo Petrushka di Stravinskij fanno la loro comparsa; lodevole ma mancano le incisioni che avrebbero fatto la differenza ovvero Schönberg e la Seconda Scuola di Vienna di cui Scherchen fu esecutore tra i primi e più attenti per tutta la carriera, oltre che amico personale di ciascuno dei compositori. La Westminster, di cui Scherchen fu direttore di punta, non era casa discografica da avventure e quindi sfruttò il direttore specialmente sul repertorio tradizionale. Abituati a considerarlo sempre interprete della scuola austro-tedesca non si pensa a Scherchen come brillante esecutore di pezzi coloristici come Sheherazade di Rimskij-Korsakov, invece l’incisione è lussureggiante e poetica, del resto molte sono le aree del suo repertorio non rappresentate in questo box. Per niente è testimoniato quello francese, esistono invece splendide esecuzioni di Berlioz: Aroldo in Italia, Sinfonia Fantastica e soprattutto Les Troyens sicuramente la migliore incisione in catalogo, se la ristampassero.

Molto manca all’appello, ma speriamo che siano stampate prima o poi almeno tutte le incisioni Westminster, così che si possa ricostruire per intero la carriera discografica di uno dei titani del podio del Novecento e che le fatiche dell’etichetta Tahra, fondata tanti anni fa dalla figlia di Scherchen, Miryam e dal compianto René Trémine, che tanto hanno contribuito a tenere accesa la fiaccola, siano finalmente ricompensate.