Un’escalation di intimidazioni da parte di rappresentanti del governo e una serie di attacchi e minacce ad opera dei coloni e di altri attori non statali stanno creando un clima estremamente pericoloso per le organizzazioni non governative e gli attivisti per i diritti umani che operano in Israele e nei Territori palestinesi occupati. Omar Barghouti, promotore del gruppo Boycott, divestment and sanctions (Bds) è attualmente tra i principali bersagli. Il 28 marzo  Yisrael Katz, ministro per i Trasporti, l’intelligence e l’energia atomica, ha invocato l’avvio di una campagna di “eliminazione civile mirata di” appartenenti al Bds. Altri due ministri, Gilad Erdan (Sicurezza pubblica e questioni strategiche) e Ariah Deri (Interni), hanno attaccato Barghouti e il Bds: il primo ha detto che i membri di Bds dovranno “pagare il prezzo” (poi ha spiegato che non intendeva dire “fisicamente”) delle loro azioni, il secondo ha minacciato di privare Barghouti del diritto di viaggiare liberamente.

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Tra febbraio e marzo, minacce di morte sono arrivate allo staff di al-Haq, una delle più importanti organizzazioni palestinesi per i diritti umani. Minacce di morte e aggressioni le ha anche ricevute Imad Abu Shamsiyeh, il palestinese di Tel Rumeida che aveva filmato un’uccisione compiuta da un soldato israeliano. Le immagini, diffuse dall’Ong israeliana per i diritti umani B’Tselem, hanno portato all’arresto del soldato, che è attualmente sotto inchiesta.

Il 29 marzo soldati israeliani hanno effettuato un raid nell’abitazione dell’uomo, ufficialmente per controllare i documenti di difensori locali e internazionali per i diritti umani che avevano deciso di stare con lui a seguito delle minacce e degli attacchi che aveva ricevuto. E veniamo agli israeliani che ricevono intimidazioni dal loro governo. Breaking the silence è un’organizzazione di ex militari israeliani che cerca di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle pratiche abusive, a volte criminali, dell’esercito nei Territori palestinesi occupati. Dallo scorso dicembre, Breaking the silence è al centro di una campagna governativa che ha loro scopo di delegittimare le sue attività.

Ha iniziato Moshe Ya’alon, ministro della Difesa, che il 14 dicembre ha vietato all’organizzazione di parlare ai soldati israeliani. Il giorno dopo, il ministro dell’Istruzione Naftali Bennett ha emesso un decreto che impedisce a Breaking the silence di svolgere incontri nelle scuole superiori. Il motivo? Quel gruppo diffonde “menzogne” sull’operato dell’esercito. Altre 24 ore ed è intervenuto direttamente il primo ministro Beniamin Netanyahu, dichiarando in Parlamento che Breaking the silence “danneggia la reputazione dei soldati delle Forze di difesa israeliane nel mondo”.Contemporaneamente, è entrato in circolazione uno spot in cui Yuli Novak, direttore di Breaking the silence, veniva definito – al pari di altri dirigenti di Ong israeliane – un agente straniero che agisce per aiutare i terroristi.

Il 17 marzo, poi, un canale televisivo israeliano ha mandato in onda immagini riprese di nascosto da un gruppo di coloni in cui un ricercatore di Breaking the silence faceva domande sul dispiegamento dei militari israeliani e sull’equipaggiamento in loro possesso. Quattro giorni dopo, il ministro della Difesa ha accusato l’Ong di tradimento per poi ritrattare in parte, dopo che un’inchiesta preliminare dell’esercito aveva concluso che le informazioni raccolte da Breaking the silence erano tuttalpiù “confidenziali e dopo che la stessa Ong aveva chiarito che ogni informazione che rende pubblica ha passato il vaglio della censura militare.

Un brutto clima, decisamente. Cui contribuisce anche la legislazione, entrata in vigore in questi anni, che restringe gli spazi per l’espressione di critiche nei confronti dell’operato del governo: come la legge che nega finanziamenti pubblici alle organizzazioni che commemorano la “nakba” (la “catastrofe”, lo sfollamento di massa di palestinesi durante la fondazione dello stato d’Israele) e quella che considera un “errore civile” quello commesso da cittadini e organismi israeliani che invitano al boicottaggio di istituzioni o aziende israeliane in relazione all’occupazione dei territori palestinesi o agli insediamenti.

All’esame della Knesset ci sono altre leggi potenzialmente pericolose per la libertà d’espressione. Il 24 febbraio il ministro della Giustizia ha dato il suo consenso alla proposta di legge sulla “lealtà nella cultura”, che conferirebbe al governo il potere di negare finanziamenti ad attività culturali “contrarie ai principi dello stato”. Il 10 febbraio la Knesset ha approvato in prima lettura la “legge sulla trasparenza delle Ong”, che prevede una serie di nuovi requisiti per le organizzazioni il cui bilancio è finanziato per oltre il 50 per cento da governi stranieri. Secondo le Ong israeliane per i diritti umani, questa proposta di legge è discriminatoria: esse sono già sottoposte a una normativa che impone la piena trasparenza sull’origine dei loro finanziamenti, mentre ciò non vale per le Ong favorevoli al governo israeliano, largamente finanziate da fondazioni estere e privati israeliani. Una proposta di legge, dunque, che pare avere poco a che fare con la trasparenza e molto con la stigmatizzazione politica.