Santi Giuffrè ha presentato questa mattina i dati dello Sportello Solidarietà: dal 2013 ad oggi seguite 126 persone, ottenuti 41 provvedimenti di sospensione dei termini di pagamento di tasse e mutui bancari in favore delle vittime e 1.300 atti di assistenza
I commercianti che non denunciano le estorsioni mafiose? Ormai sono più diffusi nel Nord Italia. Ne è sicuro Santi Giuffrè, commissario nazionale Antiracket. “Bisogna abbattere un tabù: non è vero che c’è omertà al Sud e non al Nord. Credo, invece, che questo rapporto vado quanto meno stabilizzato e messo alla pari, per un motivo: al Sud é la mafia che va dall’imprenditore, al Nord, invece, é lo stesso imprenditore che cerca il mafioso per ottenere dei servizi e quindi si crea un rapporto che é più difficile da rompere”, ha detto Giuffré, intervenuto nei locali della prefettura di Palermo, per presentare i dati relativi all’attività dello Sportello di Solidarietà. Creato nel 2013 dalla collaborazione dell’associazione Addiopizzo con l’ufficio del commissario antiracket e la Fai (Federazione associazioni antiracket e usura italiane), lo Sportello di Solidarietà fornisce supporto giuridico, economico e psicologico alle vittime di racket ed usura. Si tratta di un team di avvocati, commercialisti e psicologi che in due anni di lavoro ha seguito 126 persone, ottenendo 41 provvedimenti di sospensione dei termini di pagamento di tasse e mutui bancari in favore delle vittime e fornendo oltre 1.300 atti di assistenza tecnico amministrativa.
“C’è anche un altro elemento – ha continuato il commissario Antiracket – che porta a considerare il Sud meno omertoso: la consapevolezza di uno Stato che sa dare ristoro e servizi, ma anche, aiuti economici agli imprenditori per farli ripartire”. Nel 2015 in tutta Italia i fondi erogati in favore di vittime di racket e usura ammontano a 15 milioni di euro, mentre in due anni di attività lo Sportello di Solidarietà di Palermo ha ottenuto finanziamenti per 5 milioni e mezzo di euro in favore di 25 imprenditori che hanno denunciato il racket. “Purtroppo capita anche di ritrovarsi davanti un imprenditore che abbia ottenuto un riconoscimento e un risarcimento quale vittima di estorsione e poi sia incappato in un’indagine giudiziaria”, ha fatto notare, invece, Tano Grasso, presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket e antiusura Italiane. Il riferimento è a Vincenzo Artale, l’imprenditore di Alcamo che nel 2006 aveva denunciato il pizzo, riuscendo ad ottenere un risarcimento da 250mila euro, recentemente arrestato nell’ambito di un’inchiesta antimafia.
“Oggi Palermo è molto cambiata – ha continuato Grasso – inizia a manifestarsi una vera e propria strategia da parte di alcuni settori imprenditoriali che hanno una consistente contiguità con gli ambienti mafiosi ad accreditarsi come imprenditori antiracket. Si acquisisce così il marchio dell’impresa antiracket e si prova ad ottenere benefici e una sorta di immunità dalle indagini giudiziarie”. Presente alla conferenza dello Sportello di Solidarietà anche Bernardo Petralia, procuratore aggiunto di Palermo, che ha sottolineato la mancanza di “un accordo per indurre il fisco e l’Agenzia delle Entrate ad essere più flessibile: interpretazioni rigide talvolta rendono del tutto virtuali provvedimenti di sospensione dei termini di pagamento dei debiti fiscali”. Il rischio è che si replichino casi simili a quello di Ignazio Cutrò, l’imprenditore edile che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori, ma ha poi dovuto chiudere la sua azienda, schiacciata dai debiti.
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