Come procede il cammino di Francesco? La recente esortazione post-sinodale porta l’aria fresca della realtà nella concezione cattolica della famiglia, esprime un linguaggio e un approccio pastorale nuovi invitando a guardare le persone e le situazioni nella loro concretezza, ribadisce la visione di Chiesa di Francesco come una comunità che consola, accompagna e accoglie gli uomini e le donne del XXI secolo. Ma Amoris Laetitia è un atto papale di governo e di indirizzo, che va misurato anche per il modo in cui riflette gli equilibri interni di un organismo complesso come la Chiesa. I segni delle frenate imposte sono vistosi.

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Già il fatto che da nessuna parte sia citato il termine “comunione ai divorziati risposati”, è eloquente. Più indicativo ancora è che tutta la problematica sia affidata all’esame caso per caso e l’allusione all’eucaristia si trovi solo in una nota a pie’ pagina, la 351, dove si parla genericamente di “sacramenti”. Significa che papa Bergoglio aveva le mani legate e non poteva andare eccessivamente più in là di quanto deciso dai vescovi del mondo nella relazione finale del Sinodo 2015. Sinodi, Concili e Conclavi sono gli unici momenti nella Chiesa cattolica, in cui si manifesta un aspetto partecipativo basato sul principio democratico: un uomo, un voto. L’esito di questi eventi dice molto sulla situazione interna alla Chiesa. La lunga marcia dei due Sinodi rivela che due punti cruciali del programma dei riformatori sono stati silenziosamente bocciati dalla maggioranza dell’episcopato mondiale – vuoi per conservatorismo o attaccamento alla tradizione o paura di muoversi in mare aperto – al punto da farli completamente sparire dall’agenda.

Bisogna riandare al rapporto intermedio del Sinodo dell’ottobre del 2014 per ritrovarli espressi chiaramente.
1. La proposta di un esplicito “cammino penitenziale” valido per i divorziati risposati al termine del quale i coniugi di un secondo matrimonio, soddisfatte certe condizioni, avrebbero potuto accedere alla comunione.
2. Il riconoscimento anche del carattere positivo di una vita di coppia omosessuale. Vale la pena di rileggere quanto scritto allora nella relazione intermedia: “Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi, in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners”. La prima proposta si evinceva già dalla relazione del cardinale Kasper (su precisa sollecitazione di Francesco) al concistoro dei cardinali del febbraio 2014. E’ stata decisamente accantonata e sostituita dall’esame caso per caso affidato al confessore. Una flessibilità dettata dalla necessità, che evidenzierà rapidamente nella Chiesa un panorama a macchia di leopardo. Clemenza in alcuni territori, rigorismo in altri. Come ha detto il cardinale Schoenborn: “Un confessore sarà più disposto, un altro più severo… è il discernimento”.

La seconda proposta era stata redatta dal segretario speciale del Sinodo l’arcivescovo Bruno Forte (scelto personalmente dal Papa) che nello scritto aveva travasato l’impostazione di Francesco, rivelata pubblicamente dalla sua accoglienza in Vaticano di un transessuale con la sua fidanzata e dal suo cordiale intrattenersi negli Usa con un suo ex alunno gay insieme al suo compagno.  L’apertura alle convivenze omosessuali è stata totalmente cassata. Tutti i brani di Amoris Laetitia sul rispetto delle persone omosessuali facevano già parte di documenti di Ratzinger, quando era ancora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede. Su questo terreno Amoris Laetitia (per quanto sia noto l’approccio personale di Francesco) non fa nessun passo avanti.

La verità è stata espressa in occasione del terzo anniversario dell’elezione papale da Andrea Riccardi, leader di Sant’Egidio: negli ultimi cento anni nessun Papa “ha mai avuto tante resistenze come Francesco… (internamente ) alle strutture ecclesiastiche, agli episcopati e al clero ”. Parole come pietre, che uno storico della Chiesa non pronuncia con leggerezza. La strategia che il fronte degli oppositori sta adottando è quella di un sistematico “contenimento” dello slancio riformista di Bergoglio. Lo si è visto ai Sinodi. Lo si vede nella Commissione pontificia per la tutela dei minori, dove non passa il principio della denuncia obbligatoria all’autorità giudiziaria da parte del vescovo contro i preti pedofili (se la vittima è d’accordo). Lo si vede nel sabotaggio dell’auspicio papale a porre le donne in posizioni di ”autorità” nella Chiesa.

L’operazione-contenimento i manifesta nel controcanto sistematico – e senza precedenti nei confronti di un pontefice da parte del prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede – attuato dal cardinale Mueller. Francesco parla di una Chiesa ospedale da campo e il cardinale replica che la Chiesa “non è un sanatorio, ma casa di Dio”. Francesco si recherà in Svezia a ottobre per commemorare i cinquecento anni della Riforma di Lutero e Mueller dichiara che “noi cattolici non abbiano nulla da festeggiare” in una data che portò allo “scisma della cristianità occidentale”.  A ogni pie’ sospinto il cardinale sottolinea che Francesco “non è un teologo professionale” e che va teologicamente aiutato. In un mondo come quello vaticano sono parole sottili eppure pesanti di delegittimazione.

Nei giorni scorsi è stato presentato a Roma un manuale sui sacramenti di mons. Nicola Bux. Mai negli interventi dei cardinali Burke e Sarah è stato nominato l’attuale pontefice (tranne una volta a proposito dell’enciclica Lumen Fidei, che poi era scritta in bozza da Benedetto XVI). Come se Francesco non esistesse. Ettore Gotti Tedeschi, elogiando “Benedetto XVI il Grande” (ovazione del pubblico) ha affermato che “la massima autorità della Chiesa cattolica dovrebbe preoccuparsi della sopravvivenza del cattolicesimo”. Quasi che Bergoglio perdesse tempo in questioni irrilevanti. E’ un brutto clima. Papa Francesco si trova in mezzo al guado.