La prima novità dell’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla famiglia, resa nota finalmente ieri dopo settimane di indiscrezioni e anticipazioni, è che, come era ampiamente prevedibile, essa non contiene clamorose novità. Il papa si limita sostanzialmente a ribadire quanto i Padri Sinodali avevano già affermato nelle Relazioni conclusive delle due assemblee sulla famiglia del 2014 e del 2015. Rimangono inalterati i paletti da non superare, ad esempio quello che riguarda il divieto della contraccezione o quell’altro, altrettanto ingombrante, che concerne l’omosessualità e che prevede, da un lato, che la Chiesa agisca con fare misericordioso verso quelle famiglie che “vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, esperienza non facile né per i genitori né per i figli”, dall’altro, che rigetti nel modo più netto possibile ogni equiparazione tra le unioni tra omosessuali e il matrimonio tra un uomo e una donna.

Attesa al Policlinico per la visita del Papa

Accanto alla conferma dei divieti, troviamo ovviamente l’introduzione delle novità già presenti nella relazione finale del Sinodo del 2015. Esse riguardano soprattutto i divorziati risposati, per i quali il pontefice, seguendo le indicazioni dei padri sinodali e in particolare la soluzione escogitata in quella sede dai tedeschi, raccomanda una speciale cura pastorale, una valutazione caso per caso, che non escluda nessuno a priori e che consenta di “discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate”. Le indicazioni pastorali fornite dall’esortazione sono, certamente non a caso, talmente vaghe che in pratica succederà che i pastori che possiamo definire “aperti” vedranno soprattutto il bicchiere mezzo pieno e favoriranno l’avvio di un cammino di piena reintegrazione nel tessuto ecclesiale di tanti divorziati risposati, mentre i preti più chiusi faranno il contrario, facendo valere la norma dell’indissolubilità del matrimonio e il fatto che la dottrina che la ribadisce non è stata mutata di una virgola. Insomma, i progressisti apriranno ai divorziati finalmente alla luce del sole mentre i conservatori sbarreranno loro la porta a buon diritto.

Fin qui i contenuti. Io credo però che la novità più rilevante dinanzi alla quale si trova il cattolicesimo al termine della vicenda sinodale riguardi la direzione nella quale l’intera macchina ecclesiale si sta muovendo sotto l’impulso di Francesco. Convocare due sinodi è servito al papa per mostrare al mondo intero che, su tante questioni importanti, la Chiesa è fortemente divisa al proprio interno.

È talmente divisa che i suoi dirigenti non riescono ad andare al di là di un onorevole compromesso tra le parti, di un sostanziale pareggio. Che però invece di lasciare le cose come stanno apre la via alla balcanizzazione dell’organizzazione, cioè alla possibilità che i diversi gruppi che la popolano prendano strade diverse, chi rimanendo saldamente abbarbicato ad una chiusura reazionaria, chi invece dirigendosi verso l’inclusione. Il papa può probabilmente essere iscritto a questo secondo partito, ma questo non è il dato più rilevante, perché Francesco è soprattutto il primo garante della libertà di azione di tutti i partiti ecclesiali, una sorta di figura istituzionale e di rappresentanza che governa sgretolando a picconate quell’unità monolitica della Chiesa che il Concilio di Trento aveva costruito e che nei secoli successivi è stata sempre più rafforzata. La Chiesa che immagina Francesco è, al contrario, un’organizzazione, nella quale, ad esempio, quando le condizioni saranno mature, l’atteggiamento pastorale cattolico verso l’omosessualità potrà legittimamente variare tra coloro che la rigettano e coloro che la riconoscono e accolgono. E lo stesso potrà avvenire su altri temi.

Insomma Bergoglio si sta rivelando il papa del pluralismo e per così dire del multiculturalismo cattolico, colui che riabilita i teologi della liberazione messi all’indice da Wojtyla e da Ratzinger, ma che anche fa trasportare a Roma le spoglie di Padre Pio o che, è notizia recente, apre ai nemici giurati del Concilio, all’estrema destra lefebvriana. Insomma, la misericordia Francesco la applica verso tutti, ma proprio tutti, anche verso quelli che non gli piacciono. Nella sua Chiesa c’è posto anche per loro. Per questo è sbagliato descriverlo come un progressista. Può darsi, è anzi molto probabile, che nel suo animo lo sia, ma quel che rileva è che egli interpreta sempre di più, man mano che la durata del suo pontificato si allunga, il suo ruolo come quello del “padre universale”, del “papa di tutti”. Forse anche dei non cattolici, dei protestanti o degli ortodossi che ha incontrato o che incontrerà, e con i quali dialoga costantemente, cercando intese ed ecumeniche convergenze. Nel suo ospedale di campo ci sono tanti letti, molti ancora liberi.

Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2016