Noi che non possiamo non dirci rattristati dai tropici dobbiamo forse ripensare noi stessi. La mia generazione ha scoperto la cultura meridiana con Carlo Levi e Francesco De Martino e la cultura ‘preistorica’ con Lévi-Strauss e i suoi ‘Tristi tropici’. Le culture non hanno gerarchie: non ci sono quelle superiori e quelle inferiori perché ognuna di esse può essere giudicata soltanto in relazione a se stessa.

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Di qui il rispetto delle minoranze etniche, il loro culto forse, e la condanna senza appello di ogni tentativo occidentale di assimilazione delle culture altre. Fu una bella e generosa stagione che ci aiutò a relativizzare ‘le magnifiche sorti e progressive’ e a guardare con occhi sgombri da pregiudizi le diversità; e laddove meno esse garantivano il culto del principio di prestazione maggiore era il nostro trasporto verso di loro.

La cultura occidentale che arrivava a considerare se stessa come una delle possibili culture ci appariva come l’unica ragione di una sua eventuale superiorità, il suo vero trionfo dopo i nefasti periodi di conquista violenta del mondo nuovo e vecchio attraverso le colonizzazioni e i relativi genocidi.

Quando tutto questo accadeva vi era una condizione fisica che lasciava in gran parte separate le varie culture, senza reali possibilità di avvicinamento e di vita promiscua: ogni cultura aveva un suo particolare e esclusivo territorio dove esprimersi e gli intrecci duravano lo spazio di un viaggio esotico per poi sciogliersi per ritrovarsi ognuno nei propri alvei naturali e simili.

Oggi questa condizione di fatto non c’è più. Gli isolati sono stati rotti; le migrazioni di massa hanno fatto incontrare e coabitare le diversità e la vita quotidiana è esposta agli odori e alle pratiche più diverse mettendo in dubbio la stessa possibilità di espressione delle identità.

Vale ancora il principio delle diversità come valore supremo della cultura occidentale? E fino a che punto?

Ecco il ripensamento che evocavo all’inizio. Proprio in considerazione del fatto che le migrazioni sono di massa e inarrestabili, proprio perché è impensabile l’espulsione generale di chi da almeno una generazione lavora stabilmente da noi e non ha saputo o potuto o voluto integrarsi radicalizzando e contrapponendo a noi la propria diversità, si pone un problema di confronto e non solo di pura accettazione dell’altro.

E’ necessaria una nuova stagione di armi della critica per rendere efficace la critica delle armi: ci vuole una nuova stagione di critica radicale ai fanatismi degli ‘entusiasti’, ci vogliono dieci, cento mille nuovi Voltaire che ridicolizzino le pretese assolute di ogni dogmatismo.

Stavo pensando a come in Italia a cavallo degli anni Cinquanta e sessanta il cinema, la letteratura, il giornalismo, la satira, la Tv abbiano bombardato certi caratteri originari della sicilitudine e contribuito alla loro modernizzazione: credo che qualcosa di analogo vada compiuto verso certi costumi, idee e comportamenti che non si conciliano con la pratica dei diritti di libertà universali. Ma ad una condizione: che i Voltaire si ricordino che alla radice dei diritti universali conquistati c’è il contributo di alcuni migranti mediorientali che duemila anni fa arrivarono a Roma e cominciarono a diffondere nuove idee maturate in Palestina costringendo il grande faro della civiltà di allora, l’impero romano, a cambiare e a meticciarsi con i nuovi valori.

La nostra identità europea vene anche da lì, da un meticciamento scandaloso, ma fecondo.

Oggi non siamo alla fine dei tempi. E la storia non è conclusa.