I Deftones sono una bella notizia che cade puntuale ormai da una ventina d’anni, espressione di un gruppo che rappresenta forse una delle ultime vere novità del panorama rock e non solo. Ben prima che questo ‘Gore’ trovasse spazio da oggi sugli scaffali dei negozi di dischi, avevo avuto modo di scambiare due chiacchiere – via mail – con il bassista Sergio Vega, che gentilissimo e attento a non sbottonarsi più di tanto mi aveva da subito instillato la quasi certezza che di questo album avremmo parlato ancora negli anni a venire. ‘Gore’, che non è un riferimento (a differenza di quanto dichiarato inizialmente) a ‘quel’ Martin Gore (la mente dei Depeche Mode), vuole solo lasciarsi chiamare (e ascoltare): ‘E’ una parola evocativa – mi dice Sergio – che suona veramente bene, niente più’.

Se il primo singolo ‘Prayers / Triangles’ segnava già un allontanamento dal recente passato del gruppo ma sempre entro i confini della pura sperimentazione, già dalla seconda ‘Acid Hologram’ si capisce che stavolta i Deftones giocano a nascondersi e mimetizzarsi: a volte dietro un dito, altre scappando senza lasciar traccia, o ancora per riapparire improvvisamente. ‘Ogni album è come un’istantanea del tempo che passiamo insieme in quanto ‘band’, dal momento che ci ritroviamo per scrivere e registrare nuove canzoni. Ci siamo divertiti molto a fare in modo che questi pezzi prendessero vita’. E l’idea, che qui cattura immediatamente, è proprio quella di un flusso di coscienza: come se Chino Moreno e compagni si fossero ritrovati per scrivere il loro ‘Dubliners’, alla maniera del miglior Joyce. Ne sono la riprova i ricorrenti chiaroscuri che condiscono – con il cinismo di un drone – queste 11 canzoni, che solo l’evidenza dei fatti può ricondurre alle stesse mani, gli stessi occhi e le stesse orecchie del precedente ‘Koi No Yokan’ (2012): ‘Nu Metal è qualsiasi cosa – prosegue Sergio – non meno lo stesso vale per le case discografiche. La musica non ha bisogno di creare scorciatoie di questo tipo’.

E mentre scorrono lente e lancinanti le note (le ultime) della bellissima ‘Phantom Bride’, che vede la collaborazione di Jerry Cantrell degli Alice In Chains, tra futuro e passato mi sembra di poter immaginare il suo sguardo un po’ avanti, un po’ indietro: ‘Avevamo questa canzone e lui l’ha riempita con un assolo spettacolare. Questo tipo di cose suona meglio quando è tutto così naturale, organico’. A farla da padrona quindi, l’avrete capito, è la sublimazione dell’arte: intesa non più come oggetto del desiderio, del possesso ma come cosa ‘altra’: ‘In parte è vero che andare in tour è ciò che ci permette di pagare le bollette ma non possiamo tralasciare quanto tutto questo sia appagante’. Ma quando si passa invece a parlare di streaming e musica liquida, l’idealismo sembra farsi presto da parte: ‘Non mi pare un grande affare ma d’altronde chi è che rinuncerebbe ad accedere senza troppi fronzoli a tutta la musica del mondo?’.

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La chiosa, anche, è di quelle che non la mandano a dire: così come ‘Gore’, che spero abbiate già tra le mani perchè, se questo accadesse anche solo in minima parte, il mondo sarebbe comunque un posto migliore dove vivere: ‘Una seconda o terza data in Italia? La possibilità esiste’.