Quando entro in classe ogni mattina sfoglio l’agenda antimafia e leggo con i miei ragazzi uno di quegli 800 nomi di bambini, magistrati, giornalisti, preti, sindacalisti, carabinieri, poliziotti, innocenti, uomini e donne ammazzati da quelli che ieri sera Bruno Vespa ha voluto portare in Tv.

L’abile conduttore in apertura della puntata di Porta a porta con ospite il figlio di Totò Riina, Giuseppe Salvatore, ha motivato quella presenza con un “Per combattere la mafia bisogna capirla”. Rita Borsellino, Giovanni Impastato, il padre di don Beppe Diana e quello di Michele Fazio, così pure magistrati come Franca Imbergamo e uomini come Ciro Corona a Scampia, mi hanno fatto comprendere cos’è la mafia senza dover “scomodare” un uomo condannato a otto anni e dieci mesi per associazione mafiosa.

Da maestro mi auguro che ieri sera non ci fosse un solo giovane davanti alla Tv.
Vespa non ha proprio aiutato nessuno (tantomeno i giovani) a capire la criminalità organizzata. Davanti al volto di pietra del figlio del capo dei capi, il direttore, con scaltrezza, non ha fatto una sola domanda sui soggetti esterni a Cosa Nostra che hanno interagito nel disegno stragista. Non ha mai fatto menzione dell’agenda rossa di Borsellino. Non ha parlato di pezzi deviati dei Servizi Segreti. Qualche domanda “scomoda” l’avrebbe potuta fare e invece nulla.

Mi domando cosa può aver capito, da quell’intervista, un giovane davanti alla Tv?
Le parole del figlio di Totò hanno trasmesso valori negativi: “Era un divertimento il non andare a scuola”; “Siamo nati differenti. Nella sua complessità è stato un gioco”; “Non tocca a me giudicare mio padre che mi ha trasmesso il bene”; “Come dice il comandamento “rispetta tuo padre e tua madre”.
Nemmeno di fronte alla banale e inutile domanda: “Che cos’è la mafia?” si è ottenuta una risposta utile a qualcuno: “Non lo so. Non me lo sono mai chiesto”.

Se Vespa avesse voluto comprendere davvero cos’è una famiglia mafiosa avrebbe potuto chiamare Giovanni Impastato che ha conosciuto la mafia e l’antimafia di Peppino o raccontare la storia di Rita Atria.
Se Vespa avesse voluto comprendere cos’è la lotta alla mafia avrebbe potuto fare un’inchiesta su quell’ “antimafia che a volte non fa meno schifo della mafia”.
Se Vespa avesse voluto capire cos’è la mafia avrebbe potuto chiederlo a Nando dalla Chiesa o riproporre l’intervista a Nino Caponnetto fatta da Gianni Minà per “Rai Due” all’indomani del 1992.

Quello di ieri sera non è stato un servizio al pubblico.
Forse è solo servito come arma di distrazione di massa in un momento in cui si dovrebbe parlare dell’inchiesta petrolifera di questi giorni.
La puntata di ieri sera non è stata certo utile a nessun ragazzo, a nessun mio alunno. Anzi, forse in casi simili, sullo schermo, accanto allo stemma di Porta a Porta, dovrebbe apparire il bollino “Vietato ai minori di 18 anni”.