Avevo deciso di disertare il referendum sulle trivelle in mare perché il quesito poco mi appassionava e non pensavo neppure, sicuramente per mia ignoranza, fosse così determinante per la difesa dell’ambiente marino.

Non sarei andato a votare perché difficilmente si raggiunge il quorum, e ritenevo, quindi, che il conseguente flop sarebbe stato un gentile cadeau per questo governo. Perché, insomma, pensavo che tutto questo ambaradan sarebbe stato solo una inutile e dannosa perdita di tempo. Meglio una gita al mare.

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Però, adesso, dopo il caso del ministro (ex) Guidi, la mattina del 17 aprile ho deciso che mi recherò di corsa al seggio per votare il mio No alle trivelle. Che sarà un No complessivo a tante cose messe insieme e che vado brevemente a illustrare.

No al familismo amorale (e della doppia morale) dei padri banchieri (Boschi), dei figli da sistemare (Lupi), e ora anche dei fidanzati imprenditori, che ha trasformato il governo Renzi in una ridicola agenzia di collocamento parentale.

No ai governi delle lobby, dei comitati d’affari, degli amici cari, degli amici degli amici, dei conflitti d’interesse, tutta robaccia che nella recente storia repubblicana ha inquinato le principali scelte strategiche di politica industriale, fiscale, culturale, ambientale eccetera. Ben sapendo che ciò a nostra conoscenza, grazie alle inchieste giudiziarie e giornalistiche, è soltanto la parte visibile di un gigantesco sottogoverno sommerso: un’Atlantide di cui ogni tanto captiamo qualche significativo segnale grazie alle benedette intercettazioni.

No (come ha osservato Marco Travaglio) alle leggi scritte sotto dettatura di banche, banchieri e petrolieri, della Confindustria, Fiat e Mediaset, della Lega Coop e Compagnia delle Opere, con il fattivo contributo degli uffici studi specializzati nell’accurato studio dei propri interessi.

No all’esibizione tragicomica di alcuni scudi umani Pd, che rivendicano petto in fuori le inevitabili dimissioni della ministra come un atto eroico da decorare sulla pubblica piazza.

No al revival del film, Lui è peggio di me, che cerca di mettere sullo stesso piano il pozzo nero di Tempa Rossa e i guai dei Cinque Stelle in quel di Quarto, con l’onorevole pd Andrea Romano nella parte di Renato Pozzetto.

No al Tg1 di giovedì sera, che nel servizio sull’inchiesta di Potenza evocava una misteriosa “Maria Elena” citata nelle intercettazioni riuscendo a non pronunciare mai il cognome “Boschi”.

Potrei andare avanti, ma come motivazioni elettorali penso che possano bastare. Senza contare che tutto questo manovrare, manipolare, inquinare e brigare alle spalle dei cittadini mi consente di guardare sotto una nuova luce l’oggetto stesso del referendum. Che oltre all’abrogazione di una norma perniciosa sulla trivellazione permanente delle acque, investe il concetto stesso di bene pubblico, di bene comune, mai come in questi tempi rinnegato e mortificato dalle prepotenze che un governo per i pochi infligge alla democrazia dei molti.

Forse il 17 aprile non ce la faremo a vincere ma che almeno questo No (ma sulla scheda bisognerà scrivere Sì) risuoni il più forte e il più chiaro possibile.

 

da Il Fatto Quotidiano del 2 aprile 2016