Il “cinema verità” è una brutta bestia. Soprattutto quando lo si approccia con le migliori intenzioni. David Grieco, regista de La Macchinazione, versione alternativa dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini (in uscita il 24 marzo per Microcinema), dell’autore di Ragazzi di vita è stato collaboratore, intervistatore, amico. Un intervento circostanziato quello di Grieco, non esclusivo ma storicamente rilevante, costituito da una tesi differente sulla morte barbara di Pasolini all’Idroscalo il 2 novembre 1975.

La notte dell’omicidio sul litorale di Ostia c’erano due Alfa GT: la prima di Pasolini, la seconda di un tizio appartenente alla Banda della Magliana, tal Antonio Pinna. L’auto da corsa che ha ucciso Pasolini, quella di Pinna, venne riparata dopo diversi rifiuti da un carrozziere e venne ritrovata nel parcheggio dell’aeroporto Da Vinci tempo dopo. Di Pinna si sono invece perse le tracce nel 1976 anche se il figlio ha cercato ogni tipo di prova della sopravvivenza del padre imbattendosi in un dossier coperto da Segreto di Stato al Viminale. Grieco riannoda i fili della sua conoscenza dei fatti, delle sue ‘indagini’ e della sua memoria personale, raccontando gli ultimi tre mesi di vita di Pasolini. Si intrecciano così gli ultimi fuochi della creazione del film scandalo Salò, con relativo furto e richiesta astronomica di riscatto delle bobine; la scrittura del romanzo incompiuto Petrolio con l’aggancio mortale alla figura di Eugenio Cefis; e soprattutto il rapporto non proprio casuale ma piuttosto strutturato tra Pasolini e Pino Pelosi. Ogni tassello finisce al posto giusto nella ricostruzione narrativa (Pelosi-piccoli criminali di borgata-Banda della Magliana-servizi deviati-P2), come un countdown delle giustizia terrena che non abbiamo potuto vedere e sentire per decenni. L’assassinio del poeta fu progettato nei particolari e da tempo, coinvolgendo parecchie figure fin dentro le istituzioni italiane.

Così se l’impeto etico e il rispetto personale della controinchiesta di Grieco si chiude, ecco aprirsi il capitolo della rappresentazione cinematografica. Intanto: siamo davvero sicuri che questo mezzo abbia ancora la forza di arma contundente, di scandalo pasoliniano, di ariete che svelle certezze passate in giudicato? A vedere La Macchinazione sembra di no. Sarà per questa improvvisa sequenza in cui Pasolini si fa tingere i capelli di nero dalla madre che non si capisce immediatamente ed esattamente cosa stia cercando Grieco oltre la nuova versione dell’omicidio: il ritratto privato e intimo? La solitudine dell’uomo ‘diverso’ e ‘contro il potere’? Rimescolare i diversi piani gioca un brutto scherzo nell’economia complessiva del racconto, in bilico tra indignazione morale e pietà per l’uomo.

Infatti ogni tipo di riesumazione filmata del cadavere pasoliniano, compresa quella tutta incentrata sull’ “appetito sessuale” di Pasolini di Abel Ferrara, versione a cui Grieco doveva partecipare ma che ha rifiutato sdegnato, porta con sé prima di tutto il ricordo del cristo spappolato colorato da una cupezza sepolcrale fatta di singulti e angoli bui, microspie e paranoie. L’occhio dello spettatore non riesce a scostarsi da quell’immagine di uomo sfigurato steso là a terra. Tutti a guardare voyeuristicamente il morto. Questa è la triste storia iconografica di Pasolini (cinema, fumetto, pittura) che con La Macchinazione non riceve nessun nuovo stimolo visivo ed espressivo. E se in Pasolini – Un delitto italiano Marco Tullio Giordana evitava la rappresentazione di Pasolini uomo, Abel Ferrara ci piazzava un ricattatorio già Cristo scorsesiano William Dafoe, Grieco utilizza il più nostrano Massimo Ranieri con risultati interessanti dal punto di vista della mimesi e della performance. Solo che visivamente La Macchinazione non riesce a prendere vita propria oltre la copia dell’icona, farfuglia in romanesco un po’ di quadri alla Romanzo Criminale (che è un film di genere, e che lì resti per il resto dei secoli), e sbanda nella ricostruzione di alcuni momenti chiave reiterati per mancanza di mezzi produttivi: l’inquadratura casalinga dello scrittore nello studio, gli incontri il misterioso biografo di Cefis, Giorgio Steimetz, che più di un thriller con quei finti passanti spioni ricorda Pari e Dispari che un qualsiasi paranoico Oliver Stone. Non serve a nulla, se non addirittura peggiora il risultato, la soggettiva di Pasolini, come intontito dalle botte prese, negli ultimi minuti della sua vita: improbabile, rischiosissima e ubriacante scelta stilistica per colmare un gap di immedesimazione evidente percepito non solo dallo spettatore.

Il trailer