C’era curiosità attorno all’esordio alla regia nel lungometraggio (se si eccettua la co-regia a tre de Il caricatore e La vita è una sola) di Massimo Gaudioso. Sceneggiatore di tutti i film di Matteo Garrone, e di titoli come Uno su due, Il passato è una terra straniera, La città ideale, Gaudioso in vent’anni di carriera non si era ancora cimentato nel lavoro dietro la macchina da presa. Dopo aver visto Un paese quasi perfetto si spera comunque che la latitanza torni a protrarsi a lungo. Perché siamo di fronte ad un disastro creativo di proporzioni immani che viene appiccicato alla recente corrente del tardo-meridionalismo della commedia all’italiana.

Gaudioso non ne azzecca una in questo plot del dottore (cornuto) milanese messo di fronte e ammaliato dalla semplicità e dalla simpatia degli sgarrupati meridionali. Intanto ricalcare col carboncino le linee generali della (propria) scrittura di Benvenuti al Sud è un modo di porsi ben poco costruttivo e parecchio svogliato rispetto a chi magari qualche spunto o scintilla di script potrebbe avercela ma gli manca il carrozzone produttivo Cattleya-Rai Cinema alle spalle per default. Poi c’è il capitolo della superficialità e della sgangheratezza con cui si porta tecnicamente e artisticamente a conclusione il film, tra bolse performance attoriali, sguardo sul proscenio nullo, mortifero senso dell’umorismo. Risulta poi davvero incredibile che per questa galleria di macchiette, luoghi comuni, paternalismo progressista, vigano ancora le regole del tintinnare degli euro ministeriali. Davvero quest’oper(ett)a non riusciva a venire alla luce da sola senza i finanziamenti statali?

Impantanato in uno spunto piagnucoloso grondante buonismo – il paesello del Sud senza più lavoro che potrebbe rinascere grazie all’investimento di un’azienda – Un paese quasi perfetto staziona langue tra quel filone empatico di commedia corale all’inglese che problematizza il reale (in ultima: Pride), l’improbabilità di un groviglio esplicativo che trasforma in algebra il classico principio della “sospensione dell’incredulità”, e un turning point narrativo precipitato da un comunicato stampa di qualche giovane assessore regionale al turismo e alla cultura (i limiti del paesino e dei paesani si trasformano in risorse). Complicato intuire se qualcuno, in primis Gaudioso, abbia anche solo per un minuto creduto in quello che stava facendo su questo set. Di certo non Silvio Orlando, ex minatore, improvvisato sindaco di paese, versione barba incolta, capello indurito da contadino, polo infeltrite del nonno, più attento al mugugno  e al ghigno che alla recitazione. Ancor meno Fabio Volo, il chirurgo plastico, autentico caso di ‘misunderstanding’ attoriale, triplo mento, catatonia impostata da recita delle elementari e la storica espressione alla Harpo Marx con linguetta in mezzo ai denti e grufolio simpatico che spinge a sciogliere i cani.

Infine l’inesistente regia (c’è sempre un direttore della fotografia che va col pilota automatico in questi film al posto di un regista), il tratteggio grossolano di caratteri e la reiterata topica della comica osmosi Nord/Sud Italia (il medico condotto serve al paesino per avere l’investimento aziendale e gli abitanti devono costringerlo a restare), fanno svaccare l’ipotetica allegoria in anonima farsa. La pietà che si prova, al posto del riso, in momenti “poetici” come il gioco del cricket (i paesani sanno che al medico piace questo sport e costruiscono tra i monti un improbabile campo e un altrettanto improbabile squadra locale) dicono tutto di un film sbagliato, mai nato, gita scolastica in uno scenario geografico affascinante. L’attesa per un qualsiasi primo piano di Miriam Leone e per le tre pose sontuose di un bravissimo beagle chiudono lo sprofondo cinematografico di Un paese quasi perfetto.