Qui di seguito l’intervento che ho pronunciato nell’ambito del Convegno “Alliance against austerity for democracy in Europe” in corso ad Atene tra il 18 e 20 marzoInnanzitutto faccio I miei auguri a coloro che in Grecia come in Portogallo stanno facendo il possibile per forzare le politiche economiche europee nel senso della giustizia sociale. Si tratta di sforzi meritori, che hanno il nostro pieno appoggio, nella consapevolezza che possono mitigare il carattere antisociale delle politiche europee pur senza invertire la tendenza. E’ infatti evidente che le politiche europee e i trattati – voluti da socialisti e popolari – costituiscono una gabbia neoliberista che impedisce una politica economica alternativa.

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Al fine di rovesciare la situazione è quindi necessario costruire un movimento europeo contro l’austerità e il neoliberismo. A tal fine penso che sia utile cogliere gli elementi di contraddizione che vi sono all’interno delle classi dirigenti europee. Sottolineo che si tratta di elementi di contraddizione e non di politiche tra di loro alternative. Il principale elemento di contraddizione non è presente sul piano direttamente politico – i socialisti non propongono nulla di veramente diverso dai popolari – ma sulle scelte della Bce.

La Bce presieduta da Mario Draghi sta facendo una politica monetaria in cui presta soldi alle banche private, pagando le banche private affinché prendano i soldi per investirli. Le banche invece di dover pagare per avere i soldi vengono pagate per prenderli. Si tratta di un provvedimento del tutto inscrivibile nell’alveo delle politiche neoliberiste ma che tuttavia mette in discussione la remunerazione del capitale finanziario e quindi uno dei pilastri su cui procede da trent’anni il sistema finanziario. Non a caso vi sono significativi attacchi alla politica monetaria della Bce da parte tedesca. Nella consapevolezza che le politiche della Banca centrale non saranno in grado di portare l’Europa fuori dalla crisi, noi dobbiamo però utilizzare la contraddizione aperta dalla Bce per proporre una diversa politica economica e monetaria.

Nello specifico dobbiamo usare questo rovesciamento per proporre una politica economica coerente e cioè proporre di fare un Quantitative easing per gli stati invece che per le banche private. Il nostro ragionamento deve essere molto semplice: se la Bce può regalare i soldi alle banche– anzi pagarle affinché prendano a prestito i soldi da investire – perché non può finanziare direttamente un piano pubblico per l’occupazione in Europa? Perché il denaro regalato alle banche private non può essere regalato per le politiche pubbliche? Non dobbiamo schierarci tra Draghi e Schauble ma far leva sulla contraddizione aperta per avanzare la nostra proposta alternativa ad entrambe. Proporre un Quantitative easing per il sistema pubblico invece che per quello privato significa muoversi.

Questo può essere fatto in primo luogo il finanziamento a tassi negativi con 100 ml.di/mese di un Piano per il lavoro europeo che inizi ad operare a partire da stati con maggiore tasso di disoccupazione con obiettivo di portare il tasso di disoccupazione al 5% in tutta Europa. Il piano dovrebbe essere caratterizzato da interventi finalizzati agli investimenti in settori di pubblica utilità, tesi al riequilibrio delle bilance commerciali dei singoli paesi, alla riconversione ambientale delle produzioni, allo sviluppo di un welfare universalistico con standard simili in tutta Europa, al finanziamento della riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore. Queste misure determinerebbe la crescita dell’occupazione e l’uscita dalla deflazione attraverso un finanziamento a costo zero da parte della Bce.

In secondo luogo attraverso l’acquisto progressivo da parte della Bce con bond secolari di una quota di debito pari al 60% del PIL di ogni singolo paese. Questa proposta sulla finalizzazione pubblica del Quantitative easing si deve accompagnare al NO alla firma del TTIP. Il TTIP è peggio dei trattati europei e costituirebbe la fine di ogni sovranità popolare sul proprio futuro. Su questo vi è una responsabilità specifica di ogni singolo stato che deve essere esercitata bloccando in ogni modo questo ulteriore meccanismo di guerra tra i poveri.