La sparatoria di ieri a Forest ha ricordato a tutti che Bruxelles resta un centro nevralgico del terrorismo made in Europe. Difficile, a questo proposito, non parlare della grossa comunità araba della città senza venire accusati di atteggiamento pregiudizievole o, peggio ancora, di razzismo.

Bruxelles antiterrorismo 3

Dopo aver vissuto in prima persona le lunghe giornate della #brusselslockdown – la militarizzazione della città dovuta all’allarme terrorismo dello scorso novembre –, le lunghe notti di retate della polizia a Molenbeek e in altre zone della città e i colpi di kalashnikov scoppiati ieri a Forest (questi fortunatamente non proprio ‘in prima persona’), quello che mi ha colpito più di tutto è stata la reazione di una certa parte della comunità di origine araba di Bruxelles.

Dopo gli attentati di Parigi ho camminato di notte a Molenbeek con telecamera nascosta cercando di parlare con ‘gli uomini della strada’ di quanto era successo in Francia. Più di una persona ha definito gli attentati come ‘una montatura mediatica’ o ‘una questione tutta politica’, qualcuno si è perfino messo a ridere celando in modo goffo un certo orgoglio dovuto al fatto che qualche terrorista era ‘del quartiere’. Durante le retate notturne della polizia, ho visto spesso gruppetti di giovani adolescenti o poco più che ventenni ridacchiare ai margini della strada rivolgendo qualche sberleffo alle forze dell’ordine in azione. La stessa ‘manifestazione di solidarietà per le vittime di Parigi’ organizzata a Molenbeek all’indomani dell’attentato in Francia mi è sembrata più un modo per riscattare la reputazione del comune che per esprimere una disinteressata solidarietà alle vittime del Bataclan. “Non siamo tutti terroristi a Molenbeek”, mi ripetevano in molti. Insomma, tutta colpa dei giornalisti che hanno parlato di Molenbeek come di un ‘covo di terroristi’. Poco importa che Salah Abdeslam viveva in una casa popolare proprio di fronte al palazzo del Comune.

Simili atteggiamenti sono sicuramente meno gravi dei morti di Parigi e dei colpi di fucile sparati sui poliziotti a Bruxelles ma fanno altrettanta paura in quanto lasciano intravedere un substrato di silenziosa e indiretta complicità con i terroristi che può rivelarsi, a lungo andare, probabilmente più letale delle loro armi. D’altronde non è normale che Salah Abdeslam, l’uomo più ricercato in Europa, dopo gli attentati di Parigi abbia scelto di nascondersi per 20 giorni proprio a Bruxelles – 20 giorni! Sentirsi al sicuro nel cuore di Bruxelles sarebbe stato per lui impossibile se non avesse potuto contare proprio in città di un sottobosco di tacita complicità, un terreno fertile per il proliferare di certi sentimenti anti occidentali che giustificano, se non addirittura accettano, esplosioni di violenza come quella che a Parigi ha ucciso centinaia di persone.

Questo vuol dire che bisogna mettere l’intera comunità araba di Bruxelles sotto processo? Assolutamente no. Nella capitale belga ci sono migliaia di uomini e donne di origini arabe – anche di seconda e terza generazione – che vivono onestamente, lavorano, pagano le tasse e così via. Ma va ammesso, senza alcuna ipocrisia buonista, che è all’interno di questa comunità che si annida il germe del terrorismo made in Europe. Le cause di questa situazione sono complicate e radicate nel tempo. Sicuramente decenni di clientelismo politico belga non hanno aiutato, anzi, hanno chiuso gli occhi di fronte alla formazione di ghetti in cambio di pacchetti di voti. Sicuramente certi pregiudizi e discriminazioni hanno alimentato il sentimento di sentirsi ‘diversi’ in seno a certe comunità – anche se della società belga tutto si può dire tranne che non sia tollerante e accogliente, anche se la comunità fiamminga lo è un po’ meno. Il problema è che oggi più che le cause bisogna cercare le soluzioni, perché il terrorismo che parte da Bruxelles non è una minaccia solo per il Belgio. E se Bruxelles resta a mano armata, è l’Europa intera, i suoi cittadini e il suo modello di integrazione che rischia di farne le spese.

@AlessioPisano
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