Lo fermavano per strada chiedendogli di intercedere con Dio. L’attore Riccardo Garrone, morto a 90 anni in ospedale a Milano, grazie agli spot pubblicitari per una nota marca di caffè era oramai diventato, per grandi e piccini, San Pietro. Sovrapposto al noto santo, diventato come una sorta di portinaio del regno celeste in tv fin dal 1995, Garrone era improvvisamente diventato volto celebre dopo che in oltre 200 film aveva letteralmente costruito una delle più eterogenee e raffinate carriere da caratterista  del cinema italiano. Garrone è stato, tra gli altri, il geometra Calboni in Fantozzi subisce ancora, il capofamiglia avvocato Covelli in Vacanze di Natale, ma anche Riccardo il proprietario della villa di Fregene nel sottofinale de La dolce vita, o ancora Robertuzzo protettore di Cocò in Giovannona Coscialunga disonorata con onore.

“La voglia di fare questo mestiere nacque quand’ero ragazzino e mia nonna, amica delle sorelle Grammatica (attrici di teatro ndr) mi portava da loro a casa dietro Piazza Bologna a Roma. Prendevamo la carrozzella e la accompagnavo da loro. Ogni volta, prima d’andare via Emma Grammatica mi diceva: ma questo ragazzo così bello perché non fa l’attore?”, spiegò in un’intervista Garrone. Studiare non gli riusciva granché bene così un bel giorno ecco l’illuminazione, qualcosa che lo staccasse psicologicamente dal fratello Sergio, più grande di lui, classe ’25, molto bravo a scuola.  

L’iscrizione nel 1949 all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico a Roma: Garrone fa il provino e con profondo stupore risulta terzo. Debutto teatrale già nel 1950 con la compagnia Gassman-Torrieri-Zareschi ma è nel cinema che diventa subito caratterista richiamato di continuo, sei-sette volte l’anno, anche solo per dieci battute. L’esordio su grande schermo è sempre sul finire del ’49 con Adamo ed Eva di Mattoli, commediaccia con Macario e la Barzizza in cui interpreta un pistolero. Ma basta un attimo e il suo portamento signorile, la sua spiccata versatilità tra i generi, e perfino una certa altezzosità nei modi, lo portano già nel ’55 sul set di Federico Fellini de Il Bidone e in quello de Il Ferroviere di Pietro Germi (1956).

Inutile dire che Garrone spazia in particine di ogni tipo e sostanza, incontra tutti i grandi produttori e registi del periodo (Matarazzo, Monicelli, Emmer, Risi, Blasetti, Scola), adatta il suo naturale charme a un ruolo infido ma di classe ne La ragazza con la valigia di Zurlini, a fugaci fotogrammi in costume per un peplum come Ponzio Pilato;  il dirigente discografico in un musicarello come I ragazzi di Bandiera Gialla, fino alla parte in Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata di Luigi Zampa.

Negli anni settanta si adatta nuovamente all’evoluzione del cinema italiano. L’industria non punta più soltanto sulle commedie, ma sul cinema di genere: western ed erotico. L’attore romano non si sottrae ed eccolo sui set con pistola e cinturone di Lenzi e Castellari, o in quelli del fratello Sergio diventato regista (Se vuoi vivere… spara!, Una lunga fila di croci, La colomba non deve volare); per non parlare dei proibitissimi Decameroticus o di Giovannona Coscialunga disonorata con onore (qui fa un pappone con le scarpe che cigolano, l’unghia lunga del mignolo e anellone all’anulare).

La sostituzione di Giuseppe Anatrelli in Fantozzi subisce ancora (1983) nel ruolo storico del geometra Calboni non lascia troppo il segno; quanto invece rimane nella storia la sua magistrale, dinoccolata e infastidita interpretazione dell’avvocato Covelli, ricco signore romano con casa di montagna a Cortina nel prototipo vanziniano di Vacanza di Natale (1983). Due i momenti memorabili: il primo in cui Garrone gela i convenuti per celebrare il Natale declamando la battuta “E anche questo Natale ce lo semo levati dalle palle”; il secondo quando scopre a notte fonda il figlio (Christian De Sica) a letto con il suo maestro di sci e si accascia, colbacco sulle ventitré e occhi fuori dalle orbite su una seggiolina in legno. Non sono mancate le fiction: tra queste anche “Un medico in famiglia”

“È sempre stato più difficile far ridere che piangere”, spiegava Garrone con la sua voce suadente, quasi roca, vellutata, che dopo una particina in Paprika di Tinto Brass aveva abbandonato il cinema negli anni ottanta dedicandosi a teatro e tv. “Rimpianti nel cinema ne ho avuti. Mi mancano i set con Sordi ad esempio, era il meglio”. Infine quel San Pietro, dopo anni e anni di spot di diversi prodotti: “Quando ti offrivano spot, o qualcosa del genere, dicevi sempre sì, poi quella parte mi è letteralmente scoppiata in mano”.