Mokhtar Belmokhtar. Ci sarebbe ancora lui dietro l’attentato che ha sconvolto la Costa d’Avorio. La rivendicazione è giunta poche ore dopo l’assalto alla spiaggia di Grand Bassam, tramite Al Andalus, l’agenzia di comunicazione di Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), che ha rivendicato l’attentato, che ha provocato 16 morti, tra i quali un francese e un tedesco, e 22 feriti. La rivendicazione è stata diffusa in arabo, inglese, francese e spagnolo: “Per la grazia di Allah, tre eroi di Al Qaida nel Maghreb Islamico (AQMI) hanno potuto penetrare nella stazione balneare Grand Bassam situata a est della città di Abidjan in Costa d’Avorio. Dettagli dell’attacco più tardi.”

Il bersaglio scelto, i tre hotel sulla costa di Grand Bassam, è significativo: luoghi in cui si recano nel fine settimana i cittadini ivoriani benestanti e gli stranieri che lavorano in Costa d’Avorio, simbolo di quell’Occidente opulento e neocoloniale già fatto oggetto degli assalti dei mesi scorsi al Radisson Blue di Bamako e allo Splendid Hotel di Ouagadougou. Mokhtar Belmokhtar, la primula rossa del Sahara, ribadisce così la linea presa dal suo gruppo Al Morabitoun, di recente confluito in AQMI: colpire i simboli del potere occidentale, nella sua accezione neocoloniale e quindi “corrotta”. Ci sono però segnali nuovi ed estremamente preoccupanti, in questo ultimo attentato. Anzitutto, è un unicum in Costa d’Avorio, paese del tutto estraneo non solo alle dinamiche qaediste, ma anche a una conflittualità a sfondo islamista.

Lasciatasi alle spalle gli anni sanguinosi della guerra civile, la Costa d’Avorio è un paese in forte ascesa economica. Pur nelle molte contraddizioni ancora presenti, resta, con la Nigeria, il motore economico del Golfo di Guinea, un paese in forte crescita e con ottime prospettive di sviluppo. Non solo: è e resta uno dei punti nevralgici della presenza francese sul continente, sia economica che militare e politica, uno degli snodi della “FrancAfrique”. E l’impressione è che proprio questo sia uno degli obiettivi, come lo è stato a Bamako e a Ouagadougou.

In attesa di conoscerne l’identità, se si prendono per buone le testimonianze a caldo di alcuni dei testimoni, pare che gli assalitori fossero ivoriani. Non dunque terroristi venuti dal Sahel, ma persone del posto. Nuovi adepti arruolati in Costa d’Avorio? O forse ivoriani che avevano lasciato il paese ed erano entrati in contatto con Al Qaeda nel deserto del Sahara? In attesa di saperlo, entrambe le ipotesi sono preoccupanti e dimostrano un’impressionante estensione di AQMI nell’Africa subsahariana.

Nonostante l’allerta fosse alta da mesi in tutta la regione, tanto che si era tenuto più di un vertice regionale fra i governi dell’Africa occidentale, il fatto che AQMI abbia l’ambizione e la capacità operativa per colpire così lontano dai propri territori e in una zona non familiare, tanto più con un’azione così scenografica come un assalto dal mare, lascia prevedere sviluppi inquietanti e un’espansione del jihadismo di matrice qaedista ben oltre le aree tradizionalmente sotto la loro influenza.

Secondo Lemine Ould Salem, giornalista franco-mauritano autore di un libro su Mokhtar Bemokhtar, intervistato in queste ore da PressAfrik, l’assalto era prevedibile: “Dopo l’attacco al Radisson Blu a Bamako e allo Splendid Hotel a Ouagadougou, si vedeva che i jihadisti legati a AQMI avevano l’intenzione manifesta di estendere le loro azioni al di là della loro zona tradizionale, che è il nord del Mali e le zone limitrofe. Non sono affatto sorpreso che sia toccato alla Costa d’Avorio, poiché sappiamo molto bene che uno dei principali obiettivi dei jihadisti legati ad Al Qaeda è la Francia e i suoi interessi e la Costa d’Avorio è in qualche modo una vetrina della Francia nella regione. Era prevedibile che un giorno o l’altro un’azione jihadista avesse luogo in Costa d’Avorio e perché non pensare al Senegal come prossimo obiettivo?”.

Se queste analisi sono corrette, appare chiaro ora più che mai che – nel momento in cui Daesh si espande in Libia e rivendica la volontà di estendere la sua influenza in Africa – la risposta di al Qaeda non si fa attendere e si alza netta, sottolineando tutte le differenze ideologiche e operative con l’Isis. Molti dei gruppi terroristi africani, da Al Shabaab in Somalia a Boko Haram nel bacino del lago Ciad, hanno nei mesi scorsi avuto forti dispute interne sulla decisione se dichiarare o meno la propria affiliazione allo Stato Islamico.

Non tutti lo hanno fatto. E scegliendo Al Qaeda si ribadisce un terrorismo di matrice islamista ma molto più politico, in chiave antioccidentale (antifrancese in particolare) e anticoloniale. Non a caso, si colpiscono obiettivi frequentati sì da occidentali (spesso funzionari, ma anche cooperanti), ma anche da quella classe locale arricchita che agli occhi dei jihadisti è il simbolo della corruzione non solo economica ma anche dei costumi e dello spirito africano.

Man mano che Isis avanza in Nord Africa, disseminando il suo verbo prettamente ideologico, Al Qaeda risponde con azioni molto più politiche, marcando in qualche modo il territorio e segnando un ulteriore capitolo nella lotta per la supremazia fra queste due facce del jihadismo mondiale, simili nel seminare terrore ma profondamente diverse nelle ragioni che ne stanno alla base e negli obiettivi che si vogliono raggiungere. Tanto più che Belmokhtar resta introvabile, ma secondo le informazioni delle varie intelligence che lo cercano si nasconderebbe proprio nel deserto libico.