Sarà perché è in pieno svolgimento il Giubileo della Misericordia, indetto da Papa Francesco. Sarà perché viviamo in un mondo nel quale le ragioni della globalizzazione economica si affidano sempre più spesso alle armi, alla etnicizzazione dei conflitti e quindi ai regimi dittatoriali, alle carceri ed alla tortura, piuttosto che all’emancipazione economica e sociale delle popolazioni autoctone, spesso costrette alle migrazioni, se non dalla guerra, proprio per la desertificazione sociale, politica ed ambientale dei territori che abitano. Sarà perché riemergono dalle nebbie di un passato imbarazzante fantasmi anelanti a un qualche lavacro, magari elettorale, o a beneficiare d’un’altra chance, dopo mortificanti cadute, soprattutto di stile.

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Sarà perché corre, quest’anno, il quarto centenario dalla morte di William Shakespeare. Sta di fatto che mi capita sempre più spesso, complici le rappresentazioni al “Teatro Mestica” di Apiro, ispirate alle opere del grande Bardo, di riflettere sulla malizia universale degli uomini, che pervade il mondo shakespeariano, dove regnano la guerra, la lussuria e, peggiore di tutti i mali, l’ipocrisia, sicché la malavita che vi brulica è duale: da un lato, quella dei “potenti”, con la loro malizia fredda, lucida, nata dall’ambizione, o, peggio, dall’amore del male per il male o dal piacere di mettere Dio in caricatura; dall’altro, quella dei “deboli”, dediti anch’essi alla lussuria, ai piccoli furti, alle menzogne pietose per sfuggire ai primi.

Macbet, il prototipo del criminale per ambizione, allorché uccide Duncan suo ospite, sa perfettamente di compiere un delitto abominevole, e si rende subito conto sia di uccidere un corpo di carne sia di ferire a morte la propria coscienza; consapevole di mettere in pericolo la sua salvezza eterna, dominato com’è dalla passione del potere, non può, però, tornare indietro; morirà senza pentirsi: le ultime scene del dramma lo mostrano sconvolto, violento, allucinato, mentre si avvia alla battaglia nella quale perirà, con la convinzione di essere invincibile; nel che vi è l’irrigidimento che coglie i grandi criminali, falsamente persuasi di essere “potenti”, e li conduce alla rovina.

Jago, colui che fa credere a Otello di esser tradito dalla sua sposa, scatenando così una catastrofe, costringe, invece, a guardare in faccia la volontà di fare il male per il male: egli sa che tutti gli uomini sono peccatori e che, giocando sulla loro malvagità, sono nove su dieci le probabilità di vincere; egli è incapace d’immaginare che possano esserci al mondo esseri innocenti, come Desdemona, ed è questa innocenza che fa esplodere nel suo animo una rabbia demoniaca: ingannare il nobile Otello, l’uomo giusto, per fargli uccidere la moglie innocente, è una scommessa orrenda che egli, votato a gioire del male universale, vuol vincere, per provare a se stesso e al mondo che non vi sono giusti sulla terra; la cosa più atroce è che riesce nell’intento.

Diversamente da Jago, che non crede in Dio, ma soltanto nel male, Riccardo III, il crudele usurpatore del trono d’Inghilterra, sa invece che c’è un Dio e in esso crede; ma sa pure che “chi fa i sermoni più belli è il diavolo”, poiché nessuno come lui può imitare un angelo della luce; il piacere diabolico ch’egli prova nel giocare con tutti i sentimenti più sacri delle sue vittime e la sua consumata abilità di recitare la commedia della santità si spiegano solo con la lucida volontà d’ingannare Dio.

Falstaff, il cavaliere la cui ingombrante presenza riempie i due Enrico IV e V, nonché la commedia Le allegre comari di Windsor, è, per contro, il prototipo dei “deboli”, che popolano i bassifondi delle grandi città puritane d’Inghilterra, nei quali ci trascina il teatro del Bardo, dove si respira un’aria tutt’altro che sana. È, dunque, Falstaff un individuo abietto, menzognero, millantatore, spadaccino, ladro, dissoluto, uso frequentare ambienti malfamati. Incaricato di reclutare i soldati per una delle innumerevoli guerre dell’epoca, si comporta in modo veramente ignobile: non paga che la metà del soldo ai disgraziati contadini che egli arruola loro malgrado e si tiene il resto per gozzovigliare in compagnia del principe di Galles. Sul campo di battaglia, poi, è un infingardo, un lazzarone che si burla della gloria e la cui unica preoccupazione è salvare la pelle: inseguito dal nemico, si getta a terra fingendosi morto, e quando anche il suo inseguitore cade, ucciso da un soldato, prima di rialzarsi, per essere proprio sicuro “che l’altro non abbia fatto come lui”, ne colpisce il cadavere una seconda volta e poi se ne va. Salvo vantare, in seguito, fatti d’arme tanto sbalorditivi quanto falsi.

Eppure, di Falstaff si ride e, quel ch’è peggio, lo si perdona. Insomma, non si sente di fronte a lui l’orrore che suscitano invece Jago o Macbeth. Questo, magari, solo perché l’obeso Cavaliere è di uno spirito scintillante e trova sempre la battuta pronta. Sebbene, al giorno d’oggi, questo capiti spesso, la misericordia verso un così turpe figuro è comunque affatto ingiusta: equivale ad assolvere i criminali, purché spiritosi. Certo, Falstaff conserva la coscienza confusa, ma profonda, di essere un “tristo sire” e forse per questo appare degno di compassione. “Dora squarcia lenzuola”, una delle donne di malaffare con cui il dissoluto trascorre la maggior parte del suo tempo, gli chiede un giorno, con linguaggio crudo, ma efficace: “Mio grazioso maialetto della fiera di San Bartolomeo, quando smetterai tu di combattere di giorno e tirar di scherma di notte, e comincerai a rattoppare il tuo vecchio corpo per il cielo?”, e lui le risponde: “Zitta, mia buona Dora! Non parlare come una testa di morto, non mi far ricordare la mia fine” (Enrico IV [p.II], a. II, sc. IV). E la padrona d’un bordello narra che il Cavaliere, morendo, sembra invocare Dio (Enrico V, a. II, sc. III). Sarebbe bene evitare, però, di calcar la mano, per questo, su un’affatto indimostrata mescolanza shakespeariana di amara buffoneria e pietà cristiana.