Che la polizia italiana formi o aggiorni i colleghi mediorientali non è storia nuova. Quello che stona, in questo particolare momento, è che i destinatari della formazione siano i funzionari di polizia egiziani. Il Paese in cui è stato torturato e ucciso Giulio Regeni, della cui morte – nonostante gli inutili ma reiterati proclami governativi “ora la verità” – non si sa ancora praticamente nulla.

Venti funzionari del National Security Sector del Cairo sono arrivati alla scuola di polizia giudiziaria amministrativa e investigativa di Brescia lunedì scorso, per seguire un “corso di tecniche investigative avanzate di contrasto al terrorismo”. Si fermeranno nel capoluogo lombardo fino al 25 marzo: tutto il tempo per conoscere il sistema d’indagine italiano, venire edotti sul finanziamento al terrorismo internazionale e apprendere l’uso delle nuove tecnologie, soprattutto quelle che ruotano attorno al Dna.

Altri venti funzionari egiziani sono invece arrivati al centro di formazione per la tutela dell’ordine pubblico di Nettuno, alle porte di Roma, dove si insegnano le tecniche per fronteggiare i manifestanti. Cioè noi insegniamo agli egiziani l’uso degli sfollagente, degli idranti e dei lacrimogeni.

Sembra uno scherzo macabro, invece i corsi rientrano negli accordi bilaterali che abbiamo con l’Egitto: formazione del personale in cambio della riammissione dei migranti. Una specie di do ut des. “Con l’Egitto e la Tunisia abbiamo un rapporto consolidato da tempo – spiega al Fatto una fonte qualificata del Viminale –, ma negli accordi rientrano anche Nigeria e Gambia, per esempio”.

Certo, vista la concomitanza col caso Regeni, forse qualcuno avrebbe potuto decidere di sospendere questo tipo di formazione. “Non sta a noi farlo – prosegue la fonte –, si sarebbe dovuta muovere la politica a livello diplomatico. Noi siamo a un gradino più basso, e non possiamo prendere in autonomia queste decisioni”. Resta l’imbarazzo per il trovarsi di fronte a colleghi di un Paese che ha permesso il barbaro assassinio di un ragazzo.

Imbarazzo ancora maggiore quando sul tavolo del pm romano Sergio Colaiocco, che indaga sull’omicidio del ricercatore friulano, è arrivata un misera documentazione dai colleghi egiziani. Le autorità italiane si aspettavano molti più atti di indagine: i tabulati, gli interrogatori integrali delle persone sentite al Cairo, le immagini delle telecamere nei pressi della metropolitana che la sera del 25 gennaio, giorno della scomparsa, Giulio avrebbe dovuto prendere. Sulle immagini ci sono poche speranze: i media filogovernativi da tempo dicono che quelle che ci sono non inquadrano Regeni. Poche speranze anche sul resto: sul tavolo di Colaiocco è arrivato un fascicolo di sole 92 pagine, in arabo – ancora in via di traduzione – ma con carenti informazioni. Mancherebbe la trascrizione degli sms: sui tabulati invece ci sarebbero solo quelli dei giorni dal 23 al 25 gennaio. Nulla di più.

Il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2016