Come al solito.  Un’altra occasione persa. “Le onde elettromagnetiche sono pericolose, torniamo ai pc con i fili. Ognuno a casa sua faccia come vuole, ma non voglio ci siano migliaia di morti come per l’eternit”. L’avveduta scelta del sindaco di Borgofranco d’Ivrea di togliere il wi-fi dalle scuole pubbliche poteva aprire un dibattito nel mondo politico-medico-scientifico su rischi e pericolosità per la salute degli studenti, esposti tra i banchi ai ‘campi elettromagnetici di Stato’ incentivati dai progetti di potenziamento delle dotazioni tecnologiche e degli ambienti di apprendimento nel Piano Nazionale di Scuola Digitale e Buona Scuola (in linea con l’Agenda Digitale per l’Europa). E invece? Macché! Tutto finito in burla, la montagna che partorisce il solito topolino, immagine degnamente rappresentata nella macchietta radiofonica inscenata dai bontemponi de La Zanzara.

Siamo fatti così! Sminuito il valore del contenuto, adesso passa sotto traccia pure l’accorato appello del Comitato Lecce Via Cavo (a cui ha aderito anche il Codacons) lanciato ad istituzioni e a dirigenti scolastici salentini per “disattivare o non attivare le reti wireless nelle scuole, perché l’esposizione frequente a campi elettromagnetici è dannosa per la salute”, sulla falsa riga di quanto il Tribunale della Salute in precedenza aveva già chiesto alla scuola di Potenza Picena 

La Città Bianca 11 marzo FirenzeNon si tratta di infondato allarmismo e la storia non è certo nuova! Me ne sono occupato già in precedenza, segnalando i casi di Roma e Reggio Emilia. L’elenco dei ‘No Wi-Fi’ è ancora lungo, così come i pericoli di questa tecnologia (a proposito: l’11 marzo a Firenze si tiene un interessante convegno).

Allora, senza rifare un processo sull’accantonamento (volontario) da parte dei nostri governanti del principio di precauzione (cioè in assenza di certezza unica, meglio non rischiare, esattamente l’opposto di quello che stanno facendo, spargendo radiofrequenze dappertutto!), voglio condividere nel blog le riflessioni contenute nell’ultimo volumetto di Adolfo Scotto di Luzio (insegna Storia della Pedagogia all’Università di Bergamo), autore di “Senza Educazione, i rischi della scuola 2.0” (Il Mulino). Sorvolato il problema elettrosmog (chissà quanto per pigrizia o per non conoscenza della materia) è interessante notare come il cattedratico sollevi altri dubbi, utili all’arricchimento di un ipotetico ordine del giorno per un futuribile dibattito sulla validità (o meno) dell’apprendimento tecnologico: “L’uso di tablet rafforza una didattica volta a formare individui passivi oggi e politicamente ‘sudditi’ domani (…) gli strumenti della didattica risultano asserviti alle nuove tecnologie”, e ancora, ad “essere in gioco sono gli orientamenti valoriali e culturali prevalenti nella società”.

L’altro risvolto della medaglia, come sottolinea Scotto di Luzio, è infatti la parte pedagogico-piscologica-educativo-comportamentale dell’alunno 2.0. Ecco il punto: che tipo di cittadino del domani si sta formando nella scuola di Renzi? Leggendo tra le righe di queste agili pagine provocatorie, infatti si comprende come il nuovo modello di scolarizzazione basato su lavagne elettroniche, software e tablet produca una nuova scienza di tipo fordista, asettica ed ego-individualista, un liberismo pedagogico senza controllo che ridurrebbe la scuola a fabbrica di nativi digitali senza più la “spontaneità del bambino (…) accettando un brutale riduzionismo cognitivo per il quale conoscere cessa di essere l’elaborazione di una risposta personale (…) e si risolve in una prestazione efficace di abilità mentali”. In pratica, proponendolo come ‘problema di civiltà’ attuale e sottovalutato, la Buona Scuola (al netto dei rischi d’inquinamento elettromagnetico) secondo studi e ricerche menzionate dall’autore sarebbe un laboratorio didattico conforme più alle esigenze del mercato e alle sue ragioni di impresa (i venditori di software in costante aggiornamento e di hardware dall’obsolescenza programmata) che alla crescita consapevole di studenti dotati di capacità di ragionamento, soluzioni di problemi e spirito di squadra. Allora il quesito: ma la funzione della scuola, ieri come oggi, col libro o col tablet… qual è?