Per gli investigatori si tratta di un omicidio “strategico”. E non solo per il nome di una delle due vittime, Vincenzo Bontà, il padre, Nino, condannato per mafia, il suocero, esponente dell’antica “aristocrazia” mafiosa dei Bontate. Cosa nostra è tornata a sparare a Palermo, in pieno giorno, per strada, per dare un segnale forte. Probabilmente, sospettano gli inquirenti sentiti dall’Ansa, a chi non ha rispettato gli accordi sugli affari. Droga, appalti.

Video tratto da LiveSicilia

Perché Vincenzo Bontà, nonostante l’assenza di precedenti penali di peso, un suo ruolo nel clan l’aveva. Inizialmente grazie al cognome del suocero, Giovanni Bontate, fratello di Stefano, detto il principe di Villagrazia, tra i perdenti della guerra coi corleonesi di Totò Riina. Giovanni, una laurea in legge, moglie e tre figlie, tradì la famiglia e passò tra le fila dei nemici che, però, non lo risparmiarono. Ucciso nel 1988 nella sua casa bunker, si disse perché, escludendo la mano mafiosa dietro l’omicidio del piccolo Claudio Domino, aveva di fatto riconosciuto l’esistenza di Cosa nostra. Un movente “formale” che nascondeva la volontà di eliminare un personaggio ritenuto inaffidabile dalla stessa fazione per cui aveva rinnegato il suo sangue. Il nome della famiglia della moglie, dunque, l’aveva aiutato. Ma il resto, pensano gli investigatori, Vincenzo Bontà se l’era conquistato sul campo. E probabilmente nulla gli faceva temere d’essere in pericolo.

Giovedì mattina, insieme al suo guardaspalle, Giuseppe Vela, bracciante che lavorava sui terreni che la vittima gestiva nella zona di Villagrazia, antico feudo del suocero che le misure di prevenzione non hanno mai sottratto al clan, doveva incontrare qualcuno. E’ sceso dall’auto. L’ha parcheggiata. E a bruciapelo è stato freddato, insieme all’amico a colpi di calibro 9. Al torace e poi alla nuca: un’esecuzione in perfetto stile mafioso. Vela ha fatto la stessa fine, i sicari, almeno due, non l’hanno risparmiato, nonostante l’obiettivo della spedizione non fosse lui.

L’agguato è avvenuto in via Falsomiele, dove la strada si fa stretta e le vie di fuga non ci sono. I killer probabilmente erano in moto. Attorno campagna, aranceti e qualche casa. Nessuno ha visto nulla. Gli inquirenti – le indagini sono condotte dalla polizia – non potrebbero contare, a quanto pare, nemmeno sugli “occhi” delle telecamere, assenti in quella zona.

Solo tre mesi fa i carabinieri avevano fatto piazza pulita nel quartiere arrestando tra gli altri l’anziano boss, Salvatore Profeta, capomafia vecchio stampo con una condanna a 10 anni scontata e un ergastolo, per la strage di via D’Amelio, espiato fino a quando un pentito, scagionandolo, l’ha tirato fuori di galera. Grazie alle intercettazioni è stato ricostruito l’organigramma dello storico mandamento palermitano, unico a “vantare” il primato dell’assenza di pentiti tra i ranghi degli uomini d’onore. E si è fatta luce sull’ultimo omicidio di peso avvenuto a Palermo: quello di Salvatore Sciacchitano, ucciso il 3 ottobre a poca distanza in linea d’aria da dove oggi hanno ammazzato Bontà. Insieme a lui fu ferito un amico, Antonino Arizzi. Ascoltando le conversazioni dei mafiosi venne fuori chiaramente che la vittima era stata punita per avere partecipato all’agguato a Luigi Cona, uomo vicino alla “famiglia”. Uno sgarbo, nato per contrasti sullo spaccio di droga nel quartiere, di cui fu informato subito il capo e che comportò, nel giro di poche ore, segno della forza anche militare della cosca, l’assassinio di Schiacchitano. Anche allora dietro al sangue c’erano gli affari.