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Mercoledì 2 marzo la Commissione ha presentato un nuovo piano per la gestione della cosiddetta “crisi dei migranti”, che verrà discusso coi capi di Stato e di governo durante la prossima settimana. Dovrebbe prevedere lo stanziamento di 700 milioni di euro in tre anni per aiutare i paesi di confine col Mediterraneo. Si parla dunque di Italia ma soprattutto di Grecia, che durante questi ultimi mesi si è fatta carico di circa il 90% degli arrivi via mare.

Una proposta che mette sempre più in risalto la debolezza e l’arrendevolezza di un’Europa incapace di trovare una soluzione comune e condivisa dai vari stati membri, ogni giorno meno disposti a farsi carico del cospicuo numero di richiedenti asilo, in arrivo o già presenti sul suolo europeo. Da una parte vediamo la Francia di Calais, le ruspe e i lacrimogeni che il 29 febbraio hanno tentato di evacuare i circa 3.500 migranti che stazionano nella baraccopoli sperando di varcare la frontiera britannica.

Dall’altra parte la recinzione di filo spinato al confine tra Grecia e Macedonia, dove lunedì mattina circa 300 persone, tra siriani e iracheni, hanno cercato di forzare il passaggio per protestare contro il limite massimo di 580 ingressi giornalieri stabilito da alcuni governi della penisola balcanica, come Slovenia, Croazia e Serbia.

Gli scontri hanno causato circa una trentina di feriti, mentre le autorità greche hanno parlato di oltre settemila persone, per metà donne e bambini, che assediano il confine e che difficilmente avranno accesso alle strutture adibite alla prima accoglienza, oramai al collasso.

Durante l’ultimo Consiglio europeo del 18 febbraio, l’Austria ha inoltre reso nota la decisione di accettare solo 80 richieste d’asilo al giorno, mentre l’Ungheria ha annunciato la chiusura dei tre valichi ferroviari con la Croazia.

E in questo caos generale, come ha spiegato Philippe De Bruycker dell’Istituto studi europei (Université libre de Bruxelles) durante un convegno del Collège Belgique del 1 marzo:
“L’UE si permette di domandare alla Turchia di aprire le porte ai circa due milioni di profughi siriani in cerca di protezione, non tenendo conto del fatto che il Paese già ne ospita oltre 2,7 milioni. Un’Europa incapace di gestire la questione all’interno delle proprie frontiere, dove fino a quando esisterà la Convenzione di Dublino e le responsabilità verranno scaricate sui paesi d’arrivo delle rotte, non si potrà mai parlare di una politica comune”.

Nel frattempo le associazioni e la società civile si mobilitano con manifestazioni e iniziative di vario genere. Sabato 27 febbraio le piazze e le strade di oltre 100 città in tutto il mondo hanno ospitato cortei, concerti e dibattiti per la creazione di un “Passaggio sicuro” per i tanti profughi in cerca di protezione.

manifestazione Bruxelles

A Bruxelles circa tremila persone hanno preso parte al corteo chiedendo alle autorità europee di creare dei corridoi umanitari per permettere ai richiedenti asilo di raggiungere il continente in sicurezza, di garantirgli un’adeguata accoglienza e di permettergli di scegliere in quale Paese richiedere lo status di rifugiato. Oltre alla musica, dal palchetto allestito davanti alla Gare du Nord si sono raccolti gli interventi di Amnesty International, Medici Senza Frontiere, il Coordinamento dei sans papier e svariate altre associazioni e collettivi locali.

Molto toccante l’intervento di una ragazza siriana che ha spiegato come da un giorno all’altro la sua vita si sia trasformata in un incubo. “Ho perso amici e parenti, morti per strada, sotto le bombe o durante il viaggio per raggiungere l’Europa. La scuola in cui studiavo è crollata e non ho più una casa. Adesso vorrei solo potermi ricostruire una vita normale con le persone che mi sono rimaste, anche se non sono sicura se riusciranno mai a raggiungermi”.