Lo sgombero della parte sud della “giungla” di Calais, la più grande baraccopoli di migranti in Europa, si farà. Ma la prefettura locale ha assicurato che “non sarà immediata”. E lo Stato francese, che sulla vicenda si sente ormai addosso gli occhi di tutti, sta prendendo precauzioni per impedire scontri e violenze, in un contesto di alta tensione.

La storia di una vergogna – Il problema dell’arrivo massiccio di immigrati a Calais, una base utilizzata per poter emigrare in Inghilterra, esiste dagli anni Novanta. Nel 2002 venne smantellato dall’allora ministro degli Interni Nicolas Sarkozy un centro di accoglienza della Croce Rossa e in seguito non si è più trovata una soluzione definitiva all’emergenza. Intanto nascevano aggregati di baracche e tende, in condizioni igieniche disastrose, periodicamente smantellati. La “giungla” attuale si è sviluppata nella primavera 2015, su una serie di dune, a una manciata di chilometri dal centro della città. Adesso, secondo le autorità pubbliche, vi alloggerebbero circa 4mila persone. Ma secondo le ong sarebbero molte di più. Nel novembre scorso sono stati finalmente installati dallo Stato francese dei container per ospitare i profughi, ma i posti letti disponibili sono solo 1.500. Gli altri continuano a vivere in ricoveri di fortuna, perlopiù costruiti con pali di legno e teli di plastica.

Obiettivo: smantellare la parte sud – I nuovi container dividono la giungla in due parti, a nord e a sud. Nelle settimane scorse Fabienne Buccio, prefetto del dipartimento Pas-de-Calais, aveva annunciato lo sgombero della giungla sud, subito a ridosso dell’autostrada che corre verso il porto di Calais: lì i migranti tentano di saltare sui Tir, che poi si infilano nei traghetti, destinati all’Inghilterra. In quell’area, secondo i dati ufficiali, vivono circa mille persone. Ma le ong che vi operano hanno realizzato di recente un censimento e dichiarano la presenza di 3.445 abitanti. Se le ruspe arriveranno, questi migranti dove andranno? Nei container restano al momento attuale appena 200 posti liberi. Agli altri si sta proponendo di trasferirsi in centri di accoglienza disseminati in tutta la Francia. “Ma la maggior parte dei migranti – sottolinea François Guennoc, alla guida dell’Auberge des Migrants, una delle associazioni attive sul sito – non vuole restare in Francia. Il loro obiettivo è emigrare in Inghilterra, dove è più facile trovare un lavoretto al nero, ci sono meno controlli e dove spesso hanno dei familiari. È possibile che lo sgombero alla fine provocherà un fuggi fuggi generale: i migranti creeranno altri campi nella regione, non lontano da qui. E dovranno ricominciare tutto da capo”.

Il ricorso e adesso l’attesa - Così, una decina di ong e 250 migranti, per bloccare l’operazione, avevano fatto ricorso alla giustizia francese. Questa doveva pronunciarsi lunedì scorso, quando scadeva l’ultimatum per lo sgombero. Invece, i giudici si sono pronunciati giovedì, dando il via libera allo smantellamento della giungla sud. Hanno pure assicurato che il prefetto Buccio ha promesso loro di non toccare i luoghi di aggregazione di quell’area, come la chiesa ortodossa (frequentata soprattutto dagli eritrei), una scuola animata da profughi e volontari e una sorta di teatro: tutte queste strutture sono ospitate in tende o baracche. Da parte sua, la prefettura ha già reso noto che lo sgombero “non sarà immediato” e che si continuerà “a cercare di convincere i profughi ad accettare le proposte di una soluzione alternativa”. Questa è rappresentata dai centri di accoglienza, lontani da Calais. Ma, nella notte fra mercoledì e giovedì, mille migranti hanno marciato dalla giungla attraverso la città, verso l’imbocco dell’Eurotunnel, l’altro modo utilizzato per arrivare in Inghilterra cercano di saltare sulle navette che trasportano i camion e le auto attraverso il tunnel sotto la Manica. Sono stati fermati dalla polizia e fortunatamente non ci sono stati feriti. Comunque, hanno voluto ricordare che loro hanno solo un’idea in testa: raggiungere il Regno Unito.