E’ in corso in questi giorni un grande dibattito circa la ri-autorizzazione del glifosate, l’erbicida più diffuso al mondo (25% del mercato mondiale) ed attualmente il prodotto più venduto in Italia: 1795, 1 tonnellate nel 2012 (fonte Sian 2012). L’autorizzazione è scaduta il 31 dicembre scorso, ma è stata prorogata a giugno 2016 e sembra che, purtroppo, tutti gli Stati membri, escluso la Svezia, si apprestano a ri-autorizzarlo per altri 15 anni. Pochi giorni fa 32 associazioni italiane hanno scritto al governo italiano, come già fatto nello scorso settembre, invitandolo a prendere una posizione chiara e a vietare in modo permanente e definitivo produzione, commercializzazione ed uso di prodotti a base di glifosate (oltre 700!).  Ma cosa è il glifosate e perché è così cruciale?

Il glifosate fu brevettato come erbicida dalla Monsanto Company nel 1974, multinazionale specializzata in biotecnologie agrarie, sementi e leader mondiale nella produzione di alimenti Ogm;  agisce bloccando  nutrienti minerali essenziali per la vita di piante, microorganismi e animali e, anche se era stato presentato come una sostanza rapidamente biodegradabile e non tossica, è invece ampiamente diffuso nell’ambiente insieme al suo metabolita Ampa. Il glifosate altera gli ecosistemi con cui entra in contatto e compromette la stabilità dei terreni, riduce  la biodiversità  e contribuisce in modo determinante al dissesto idrogeologico: la sempre più frequente franosità in coincidenza di eventi metereologici è anche conseguenza della carente azione di assorbimento da parte della cotica erbosa – distrutta dall’erbicida – e della lisciviazione del terreno. Glifosate ed Ampa sono le sostanze maggiormente presenti nelle acque italiane, come segnala il rapporto Ispra e purtroppo ricercate sistematicamente solo in Lombardia. Di recente anche in Toscana è stata ricercata questa sostanza su un centinaio di campioni di acque destinate al consumo umano ed è emerso che; “l’erbicida glifosate, per quanto ricercato in un numero limitato di campioni a causa della complessità del metodo di analisi, è stato rilevato in una percentuale elevata di analisi, anche superiori a 1 microgrammo/litro”.

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Il glifosate si può ritrovare non solo in  alimenti e bevande di origine vegetale come la birra che arrivano sulla nostra tavola, ma anche in alimenti di origine animale. Il glifosate, infatti, è “strategico” perché coinvolto a livello mondiale anche nella produzione di organismi geneticamente modificati (Ogm): mais, soia colza – utilizzati ampiamente come mangimi per animali anche in Italia- sono stati resi resistenti all’erbicida che quindi può essere usato in dosi ancora più massicce. Il glifosate entra così nella catena alimentare, e si ritrova in concentrazioni elevate nelle urine sia degli animali così alimentati che delle persone che se ne nutrono.

La questione è stata di recente oggetto di un importante articolo sul New England Journal of Medicine che – oltre ai potenziali rischi per la salute umana correlati agli Ogm – ha messo in evidenza come con l’utilizzo di quantità sempre più elevate dell’erbicida stiano comparendo specie erbacee sempre più resistenti tanto che l’Agenzia per la Protezione Ambientale Americana (Epa) ha di recente autorizzato la combinazione del glifosate con il 2,4D, uno dei componenti  del famigerato “agente arancio” utilizzato come defoliante durante la guerra del Vietnam. Quantomeno inquietanti sono poi i risultati che emergono dai numerosi studi condotti per indagarne la tossicità: in sintesi emerge che la tossicità del preparato commerciale è notevolmente maggiore del solo principio attivo per la presenza di coadiuvanti, si modifica la permeabilità delle membrane cellulari, favorendo l’insorgenza di celiachia ed alterando l’ambiente microbico intestinale con tutto ciò che ne consegue (alterato assorbimento di vitamine, ferro, nutrienti etc.); si comporta inoltre come “come interferente endocrino”. Ancor più importante il fatto che la Iarc (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, organo di riferimento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità)  nel marzo 2015 ha valutato la cancerogenicità del glifosate classificandolo come cancerogeno probabile (2A) sulla base di prove di cancerogenicità giudicate certe per gli animali e sufficienti per l’uomo.

Profondamente sconcertante è quindi apparsa la valutazione fatta dall’Efsa (Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare) che a novembre 2015 ha dichiarato che è “improbabile che il glifosate costituisca un pericolo di cancerogenicità per l’uomo”. Tale dichiarazione diventa però facilmente comprensibile se si tiene conto delle modalità con cui l’Efsa ha condotto le sue valutazioni: Efsa ha rifiutato a priori di considerare gli studi caso-controllo sull’uomo, le conclusioni di Efsa vengono formulate tenendo conto unicamente dei pareri dello staff interno all’Agenzia e della documentazione tecnica prodotta dallo Stato Membro relatore (in questo caso la Germania: BfR Bundesinstitut für Risikobewertung), evitando ogni previa consultazione con i panel di altre istituzioni scientifiche.

Temiamo fortemente che – autorizzando per altri 15 anni il glifosate – ancora una volta la Ue confermerà di avere più a cuore gli interessi delle lobbies che la salute dei suoi cittadini. Dovremo quindi aggiungere anche questa sostanza al già fin troppo lungo elenco delle “Lezioni imparate in ritardo da pericoli conosciuti in anticipo” che pure proprio l’Europa richiama? Dove è la coerenza?