welby 675
Nei giorni scorsi su Il Fatto Quotidiano del lunedì è uscita una mia intervista a  Beppino Englaro mentre sulla versione Web  ho pubblicato  una conversazione avuta con Mina Welby.
Tra pochi giorni comincerà la discussione parlamentare sul fine vita.  Dopo la recente farsa di insulti e ‘vaffa’ scatenata durante il dibattito sulle unioni civili, nulla depone a favore di qualcosa di buono.
All’indomani dell’uscita dell’articolo a Mina Welby ho ricevuto la lettera di un medico che, a mio avviso, introduce elementi di cui non si può tenere conto affrontando una questione così delicata. Più informazioni possiamo avere e meglio sarà per tutti noi.

Sono rimasto perplesso quando ho letto la proposta di legge sull’eutanasia legale principalmente per due motivi. Prima di tutto perché la mia frequenza come relatore di molti convegni e conferenze sul tema del fine vita, oltre alla mia esperienza professionale come medico, mi hanno confermato che gli italiani hanno un’idea ben chiara su come vorrebbero fosse affrontato il loro fine vita e non è certo legato all’eutanasia. Per eutanasia, nell’accezione più appropriata del termine, si deve intendere esclusivamente la soppressione intenzionale della vita di un paziente.

Il secondo motivo di perplessità è legato al fatto che quando si somministrano ai cittadini delle domande sull’eutanasia da una parte in molti la scambiano con la propria autodeterminazione, dall’altra molti la confondono con l’essere accompagnati. L’accompagnamento consiste nel sedare il dolore, nel riconoscere i limiti della medicina decidendo di astenersi o d’interrompere trattamenti sproporzionati, nello spostare gli obiettivi terapeutici dal guarire al prendersi cura, nel restare vicini al malato inguaribile, nel fare fronte alla tentazione di affrettarne il decorso e nel dare sostegno alla sua famiglia.

Nel caso di Eluana Englaro, la volontà espressa dalla ragazza era stata ben chiarita, come ha evidenziato anche la Corte di Cassazione, ovvero non voleva essere mantenuta in vita attaccata alle macchine, per cui il medico l’ha accompagnata mettendo in atto la desistenza terapeutica. Con desistenza terapeutica si intende l’atteggiamento con il quale il medico desiste dalle terapie futili ed inutili rendendosi conto che i trattamenti in atto hanno come unica conseguenza un inutile prolungamento dell’agonia del suo paziente.

Rimanendo dunque perplesso sul fatto che fin dal primo articolo di questa proposta di legge ci siano esclusivamente i principi fondanti dell’etica dell’accompagnamento a me cari, ma che non hanno nulla a che vedere con l’eutanasia, pongo due domande: si è forse voluto indurre in errore i cittadini che hanno sottoscritto questa proposta di legge facendo passare l’eutanasia per l’accompagnamento? Perché proporre con un nome scorretto un concetto che non ha nulla a che fare con l’eutanasia? Personalmente non so dare una risposta.

Concludo consigliando di leggere il mio libro, scritto in collaborazione con Cristina Ferro, dal titolo “La desistenza terapeutica. Il nuovo approccio al fine vita”.

Dott. Cristiano Samueli

Presidente Associazione Italiana per le Decisioni di fine vita