Alla fine l’Istat ha fornito i dati definitivi relativi al numero totale dei decessi avvenuti in tutto il 2015 e le previsioni di qualche mese fa sono state confermate, (anche se con numeri leggermente inferiori a quelli che i dati precedenti facevano temere): i morti nell’anno appena concluso sono stati 653 mila, 54 mila in più dell’anno precedente con un aumento del 9,1% sul 2014. L’aumento della mortalità si è verificato principalmente tra gli ultrasettantacinquenni.

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Non solo; il tasso di mortalità è del 10,7 per mille, il più alto mai verificatosi dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Dopo diversi anni, ed è  questo un dato nuovo, si inverte anche il trend della speranza di vita alla nascita che inizia a scendere: per gli uomini è di 80,1 anni e per le donne di 84,7 (-0,2 in media in un anno).

A questo punto sarebbe serio e corretto lasciar stare giustificazioni risibili e prive di qualunque fondamento scientifico. Non ha nessun senso invocare il “posticipo” delle morti attese nel 2014 che si sarebbero invece verificate nel 2015. La sopravvivenza non è una partita a calcio con i tempi supplementari. Quanto stiamo osservando è il risultato del protrarsi nel tempo della crisi economica e delle sue conseguenze sociali.

Come avevo già ricordato in un mio precedente post le avvisaglie di quanto sarebbe accaduto c’erano tutte, basta ricordare, tra i tanti dati disponibili, l’indagine di Altroconsumo dalla quale emergeva che nel 2015 il 46% delle famiglie italiane aveva rinunciato a cure sanitarie, prime fra tutte quelle odontoiatriche seguite dalla fisioterapia: due tipologie di interventi sanitari che coinvolgono prevalentemente gli anziani.

Dato confermato dal rapporto dell’Ocse sullo stato della salute nel 2015 che sottolineava come in Italia “l’aspettativa di vita in buona salute per la popolazione sopra i 65 anni” sia una delle più basse tra i Paesi maggiormente industrializzati. Non ci voleva molto a capire che una delle prime conseguenze del peggioramento della qualità di vita tra gli anziani sarebbe stato l’aumento dei decessi e la diminuzione dell’attesa di vita, come puntualmente si è verificato.

Un peggioramento delle condizioni di vita degli anziani comporta un aumento delle terapie intra o extraospealiere e del ricorso ad ausili sanitari e a varie forme di assistenza anche domiciliare con il risultato paradossale di un conseguente maggior esborso economico per il sistema Paese (sommando le spese del Ssn e delle famiglie).  E’ quindi vero il contrario di quanto affermato dalla pubblicistica governativa: i tagli indiscriminati della spending review, l’aumento dei ticket, la chiusura di vari servizi ambulatoriali territoriali, la spinta a rivolgersi alla sanità e alle assicurazioni private non portano nemmeno ad un risparmio.

Ovviamente questo non significa non vedere come vi siano ampi spazi per praticare dei risparmi nella spesa sanitaria attraverso tagli mirati ad es. sugli stipendi dei direttori generali, dei direttori sanitari, dei vertici degli istituti pubblici (Inps, Inail ecc.) attraverso un controllo preciso e in tempo reale degli appalti e dei contratti di convenzione con il privato…

Infatti l’altra faccia di questa medaglia è l’enorme profitto per le holding che gestiscono i colossi della sanità privata nel nostro Paese (oggi più che mai concentrati nelle mani di pochi) e dei faccendieri che operano come lobbisti, mediatori e procacciatori di affari in quello spazio fatto di accreditamenti e di  relazioni illegali e criminali con il potere politico come dimostra l’ultimo scandalo in Lombardia. Ogni tangente in ambito sanitario rappresenta una sottrazione di denaro pubblico destinato alla cura e all’assistenza dei cittadini.

In Lombardia il 47% dei contratti stipulati dalle aziende ospedaliere, per oltre 1,2 miliardi di euro, non sono stati messi a gara, sono stati affidati senza rispettare le regole e spesso aggirando le leggi vigenti; in questi appalti, il più delle volte affidati agli amici degli amici, i costi per i cittadini crescono senza alcuna ragione apparente se non quella di garantire guadagni illeciti. Per dirottare l’utenza verso il privato vengono perfino inventate lunghe liste d’attesa anche quando queste non ci sono, come scoperto dai magistrati di Monza.

Il tutto con la compiacenza di direttori di Asl e di ospedali nominati dalla politica e che quindi sono solo preoccupati di accontentare i loro riferimenti partitico-istituzionali. Il concorso organizzato e decantato dalla regione Lombardia per scegliere i dirigenti delle strutture sanitarie attraverso una selezione basata sulla competenza è finita in una colossale presa in giro: coloro che non hanno superato l’esame ma che erano vicini a chi detiene il potere oggi a Milano sono immediatamente stati recuperati e inseriti con lauti premi di consolazione nella piramide del potere sanitario lombardo.

Non c’è dubbio che la crisi economica sia la causa principale dell’aumento delle morti e della diminuzione dell’attesa di vita; ma è altrettanto vero che i tagli indiscriminati e la corruzione sono i killer che sparano il proiettile omicida.

Tutto ciò riguarda ognuno di noi; infatti, se questa situazione, come sembra, proseguirà, la qualità e l’attesa di vita di tutti è destinata a diminuire ulteriormente.