Pressioni fisiche e psicologiche, minacce di morte e velati accostamenti a Nino Gioè, il boss di Altofonte suicidatosi in carcere con una dinamica ancora oggi tutta da accertare. È così che Vincenzo Scarantino venne costretto a millantare di essere l’autore della strage di via d’Amelio, recitando un copione che alla fine depisterà le indagini sull’eccidio del giudice Paolo Borsellino. A raccontare le continue vessazioni subite dal balordo della Guadagna è Rosalia Basile, l’ex moglie del falso pentito, che ha deposto come teste davanti alla corte d’assise di Caltanissetta. “A Pianosa gli hanno fatto i peggiori dispetti per indurlo a collaborare: l’hanno anche minacciato di morte. Mi disse che erano stati dei poliziotti come Arnaldo La Barbera e altri che stavano vicino a lui: gli dicevano che l’avrebbero impiccato e che avrebbe fatto la fine di Gioè”, ha raccontato la donna, deponendo al processo Borsellino quater, quello aperto dopo che Gaspare Spatuzza ha ridisegnato la fase operativa dell’attentato di via d’Amelio. Alla sbarra ci sono i boss Salvino Madonia e Vittorio Tutino, accusati della strage, Francesco Andriotta, Calogero Pulci e lo stesso Scarantino, cioè i falsi collaboratori che hanno depistato l’inchiesta.

A sentire l’ex moglie di Scarantino, però, il depistaggio sarebbe dovuto alle minacce esercitate dalla polizia nei confronti del suo ex marito. “La Barbera non lo lasciava in pace e voleva farlo parlare. Gli facevano ripassare un copione, tipo film”, ha proseguito l’ex moglie di Scarantino, che però continuava a professarsi innocente. “Mi ha sempre detto che con la strage non c’entrava e che aveva rimorsi per aver tirato dentro gente innocente, mi diceva che le carte (cioè i verbali che Scarantino studiava ndr) gliele aveva fatte avere il pm Petralia (Carmelo ndr)”. Ed è la stessa Basile che si reca dai magistrati spiegando che in realtà le dichiarazioni di suo marito sono fasulle.

“Dissi al pm Palma (Anna, ex capo di gabinetto di Renato Schifani ndr) che il giorno della strage di via D’Amelio mio marito era stato sempre a casa, lei provò a obiettare che magari era uscito mentre dormivo, ma le spiegai che era impossibile perché non si alzava se non lo svegliavo. Le riferii anche che Scarantino mi aveva confessato che con l’attentato non c’entrava, ma mi rispose che per loro era coinvolto”. E quando nell’estate del 1995, il pentito decide di ritrattare con un’intervista televisiva, verrà picchiato da alcuni poliziotti. “Mario Bo ed altri lo minacciarono con la pistola e lo presero a pugni davanti a me e ai bambini”. Bo è uno dei tre poliziotti (insieme a Salvatore La Barbera e Vincenzo Ricciardi), indagati e poi prosciolti per il depistaggio, chiamati nuovamente a deporre come testimoni davanti alla corte d’assise nissena. Nei giorni scorsi invece, si sono appellati alla facoltà di non rispondere Domenico Militello e Giacomo Piero Guttadauro, i due poliziotti che nel luglio del 1994 accompagnarono La Barbera nel supercarcere di Pianosa per occuparsi della sicurezza di Scarantino: sono gli ultimi indagati dell’infinita inchiesta sul depistaggio di via d’Amelio.