Loiri Porto San Paolo e San Felice del Benaco. Da questi due piccoli Comuni, uno in provincia di Olbia-Tempio in Sardegna, l’altro di Brescia in Lombardia, così lontani e neppure 10mila abitanti messi insieme, parte la rivolta contro gli stabilimenti balneari in concessione, che può rivoluzionare la mappa delle spiagge del nostro Paese. L’avvocatura generale della Corte di giustizia europea ha bocciato severamente lo Stato italiano, che dal 2009 proroga le concessioni esistenti senza alcuna gara, in certi casi anche svendendo il proprio litorale. La norma che estende le licenze demaniali fino al 2020, secondo l’Ue, “è contraria al diritto europeo”. Adesso l’Italia rischia una pesante sentenza a sfavore, a meno che il governo non intervenga per regolamentare la materia, con una legge di cui si discute da tempo senza arrivare a una soluzione a causa della pressione delle lobby interessate.

La vicenda è abbastanza complessa. Con una serie di decreti tra il 2009 e il 2012, il governo ha deciso di prorogare prima fino al 2012, poi addirittura fino al 2020, le concessioni balneari esistenti. Non che i politici non fossero al corrente del parere dell’Ue e della necessità di rimettere a gara le spiagge interessate dal provvedimento: nel 2012 l’Italia era appena uscita dalla procedura d’infrazione per una questione simile. Ma un articolo inserito all’ultimo momento nel dl “Crescita 2.0”, varato dal governo Monti e votato più o meno da tutti i partiti, sancì la proroga per altri 8 anni. Tutt’altro che una formalità burocratica: parliamo di circa 30mila imprese concessionarie che si dividono gli otto chilometri di litorale italiano. Di questi solo il 53% è balneabile, e ogni 350 metri circa c’è uno stabilimento privato. Un business da decine di milioni di euro l’anno, che però ai Comuni a volte frutta solo pochi spiccioli, per il prolungamento delle licenze già in essere, senza alcun bando concorrenziale.

È da un atto di ribellione di due piccoli Comuni che nasce il contenzioso. È successo in Sardegna, a pochi chilometri di distanza dallo splendido Golfo Aranci, come in Lombardia, sulle rive del Lago di Garda. Le amministrazioni, nel tentativo di far fruttare il proprio patrimonio, avevano deciso di non riconoscere la proroga automatica e pubblicare degli avvisi di nuova assegnazione, senza diritto di prelazione. I concessionari “uscenti”, però, forti anche della legge del governo, hanno fatto immediatamente ricorso al Tar, convinti di vincere. Il Tribunale amministrativo, pur riconoscendo loro ragione, ha rilevato il contrasto fra la normativa nazionale e quella comunitaria, e innescato il procedimento alla Corte di giustizia europea che rischia di costare molto all’Italia.

Adesso il parere dell’avvocato generale della Corte, Maciej Szpunar, che “ritiene fondati i dubbi espressi dai Tar e ha concluso che la direttiva 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato Ue, impedisce alla normativa nazionale di prorogare in modo automatico la data di scadenza delle concessioni per lo sfruttamento economico del demanio pubblico marittimo e lacustre”. Si tratta di “servizi su suolo pubblico”, insomma, che come tali devono essere aperti alla libera concorrenza. Le conclusioni dell’avvocato generale non sono definitive, ma propongono una soluzione. La sentenza finale spetta alla Corte. Se i giudici seguiranno queste indicazioni, l’Italia rischia una nuova, onerosa procedura d’infrazione. L’alternativa è fare finalmente una legge che sani il problema normativo. Una proposta Pd di qualche tempo fa prevedeva la conclusione anticipata delle concessioni al 2017, e si era arenata per le proteste delle imprese. Ma sono circolate anche delle bozze di segno opposto, a firma di Ncd e Forza Italia, che puntavano alla salvaguardia delle concessioni esistenti. Gli interessi in ballo sono tanti, presto l’Ue potrebbe costringere il governo a decidere.

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