Il governo Renzi ha mancato l’appuntamento per “il riordino complessivo della materia delle concessioni demaniali marittime e dei canoni demaniali” previsto per il 15 ottobre dalla legge di Stabilità 2014. Un ritardo che sembra destinato ad aggravarsi, se si considera che per ora non esistono note ufficiali dell’esecutivo sull’argomento. Tuttavia hanno iniziato a circolare anteprime di un disegno di legge risolutivo a firma Sandro Gozi (Pd), sottosegretario alla presidenza del Consiglio con deleghe alle Politiche e affari europei, supportato dal ministro Maria Carmela Lanzetta.  Il testo, stando a indiscrezioni, prevede la conclusione anticipata delle concessioni demaniali in essere, nel 2017 anziché nel 2020, e il riaffidamento tramite gare sulle quali non graverebbe quel diritto d’opzione per i concessionari uscenti inviso alla Ue. La lobby dei balneari è già sul piede di guerra. Il 2 ottobre Fiba Confesercenti, Oasi Confartigianato, Assobalneari Confidustria, Coordinamento Cna Balneatori e Sib Confcommercio avevano pubblicato una richiesta di incontro inviata alla Lanzetta (Affari regionali) nella quale esprimevano la “fortissima e crescente preoccupazione delle 30.000 aziende che operano in regime di concessione” e manifestavano perplessità per aver dovuto “dedurre” che l’argomento sia “tornato nelle specifiche competenze” degli Affari regionali. Il riferimento era forse al fatto che nel luglio scorso è stata Francesca Barracciu, sottosegretario ai Beni culturali e turismo, ad accogliere per il governo un ordine del giorno alla Camera vicino alle tesi dei concessionari, a firma Benamati (PD), Abrignani (Forza Italia) e Pizzolante (NCD). Nell’occasione il governo ha preso l’impegno di regolare definitivamente il tema delle concessioni demaniali marittime promettendo di “garantire la coerenza con le specificità nazionali della disciplina europea del turismo balneare”, ovvero riconoscendo come legittimi i diritti acquisiti – d’opzione e di superficie – rivendicati dagli attuali concessionari. Che l’Ue non ammette, in forza della Direttiva 123/2006 nota come “Bolkestein”.

Il Tar lombardo risveglia la Ue – La storia, come già raccontato da ilfattoquotidiano.it, ha del paradossale. Attualmente 30mila imprese balneari italiane operano su arenile del demanio in regime di proroga delle concessioni di cui godono fino al 31 dicembre 2020, in contravvenzione alla direttiva, grazie a un articolo inserito in extremis nel decreto legge “Crescita 2.0” e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 18 dicembre 2012. L’Italia era appena uscita dalla procedura d’infrazione proprio grazie all’approvazione di un decreto in cui stabiliva che a fine 2012 scadessero tutte le concessioni attive. Appena il tempo di evitare un richiamo formale, però, e arrivò l’articolo 34-duodiecies che sancì la proroga per altri 8 anni. Finora l’Unione Europea non se n’è accorta e tutto procede come da copione, ma qualcuno è andato a stuzzicarla a proposito. Si tratta del Tar Lombardia Milano, Sezione quarta, che nella sua sentenza numero 2401 del 26 settembre ha “rimesso alla Corte di Giustizia dell’Ue” la questione pregiudiziale della “compatibilità con la normativa comunitaria delle disposizioni nazionali”. Il Tribunale amministrativo si era trovato a dover valutare il ricorso di un’impresa concessionaria di un’area demaniale extraportuale nel Comune di San Felice del Benaco (BR). L’impresa aveva citato il consorzio dei Comuni della Sponda Bresciana del Lago di Garda, che non aveva prorogato la concessione, avviando una gara che non tutelava il concessionario uscente rispetto agli altri concorrenti. Il consorzio si era avvalso di una delibera della Giunta regionale lombarda dove si legge che “le concessioni demaniali possono essere rilasciate a seguito di apposita procedura di selezione comparativa ispirata ai principi di libera circolazione dei servizi”, senza quindi prevedere alcun regime transitorio o forme di tutela degli intestatari. L’impresa chiedeva l’annullamento sia del provvedimento con cui veniva negato il rinnovo automatico della concessione (quindi la proroga) sia della delibera regionale. Il Tar, davanti all’incongruenza tra diritto comunitario (concessioni a termine e gare senza tutela del concessionario uscente) e prassi nazionale (proroghe), ha alzato bandiera bianca e rinviato il tutto alla Corte dell’Unione Europea, che molto probabilmente rileverà l’illegittimità della prassi nazionale e solleciterà una nuova procedura di infrazione per l’Italia. A meno che l’Italia non corra ai ripari per tempo.

La lobby si muove per ottenere leggi ad hoc – Intanto i concessionari, coscienti della precarietà di questa condizione illegittima sul piano del diritto comunitario, si stanno tutelando: hanno iniziato a richiedere all’Autorità competente di mettere il timbro “prorogato fino al 31 dicembre 2020” sulla concessione in essere, per potersi rivalere in sede giudiziaria sullo Stato nel caso il quadro normativo nazionale torni nei paletti fissati dalla Ue. Inoltre hanno ottenuto attenzione trasversale da molti gruppi parlamentari. Di cui resta traccia in due proposte di legge presentate alla Camera: la 2142 (firmata Ncd) e la 2431 (FI). Entrambe definiscono le imprese balneari concessionarie come “importante, se non addirittura vitale per alcuni territori, realtà socio-economica e di sviluppo” e sostengono che svolgono “una vera e propria missione al servizio delle comunità nelle quali operano”. Per questo i firmatari propongono di assicurare “il passaggio dal demanio al patrimonio dello Stato delle sole aree dove insistono i manufatti e le proprietà immobiliari degli stabilimenti balneari, con l’obiettivo di assegnarle con diritto di superficie, con opzione per i concessionari attuali”. Vale a dire riconoscere al concessionario il diritto di prelazione sull’area in cui ha sviluppato la sua attività e la possibilità, in caso di mancata vittoria della gara di aggiudicazione, di vedere valorizzate costruzioni realizzate in modo illegittimo. Un’evidente violazione del Codice della navigazione, che impone ai concessionari il ripristino delle condizioni in cui hanno ricevuto il bene demaniale al momento della fine della concessione, a spese loro ed entro tempi rapidi. Insomma: hai costruito un immobile sulla spiaggia per metterci un bar? Se perdi la concessione dell’area lo devi abbattere. Ma la semplicità del ragionamento diviene complessa nella realtà italiana, se si calcola che molti concessionari hanno addirittura ricevuto licenze edilizie dai Comuni a cui fanno capo le aree demaniali a loro affidate.

Se passa la linea di Fi rischio svendita delle spiagge – Per ovviare a questo problema, la proposta di legge promossa da Forza Italia (Abrignani, Brunetta, Bergamini, Laconico) arriva addirittura a “ridefinire il perimetro delle aree comprese nell’ambito del demanio marittimo, oggetto di concessione per lo svolgimento di attività con finalità turistico-ricreative già valorizzate, escludendole, mediante un apposito decreto, dal demanio marittimo in quanto non più destinate agli usi pubblici del mare”. Tali aree sarebbero di conseguenza “cedute con riconoscimento a favore del concessionario attuale, mediante diritto di opzione, nonché attraverso il diritto di prelazione nel caso di vendita a un prezzo inferiore a quello di esercizio dell’opzione medesima”.  Se questa linea fosse raccolta dal testo Gozi-Lanzetta, non solo l’Italia entrerebbe in rotta di collisione con la normativa europea, ma finirebbe per svendere ai privati le spiagge.