La strage di un popolo comincia da qui, dall’eliminazione di una generazione cui si manda in pappa il cervello, rendendola docile ed innocua.
Canne, birre, gioco online. Questo il programma spassoso che attende la larga maggioranza degli undicimila adolescenti cagliaritani, diventati minoranza numerica e culturale in una città che invecchia sia statisticamente che socialmente, protagonisti della cronaca solo in associazione al teppismo bullista.

Se hai dai 14 ai 19 anni, dunque, sei un cretino a prescindere, trattato dagli operatori sociali come un appestato, dai politici come l’obiettivo di progetti dai nomi fantasiosi e spesso inutili e sempre costosi, dalla cronaca come un delinquente, malgrado sia questa la fascia di età meno soggetta ad arresti o fermi.

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Eppure sono la prima vittima della crisi: i genitori in difficoltà fanno fatica a seguirli nel percorso scolastico e loro scontano sempre maggiori difficoltà. Le percentuali di abbandono sono da incubo: uno su cinque lascia la scuola prima del diploma (uno su dieci la media Ue). Non vanno ad arricchire la schiera degli apprendisti nei laboratori artigiani e nelle officine, come avveniva ancora alla fine del secolo scorso. Semplicemente spariscono nel nulla statistico di quelli scazzati (Neet) che, a cercare un lavoro, non ci provano nemmeno più.

Tra i primi consumatori di marijuana in Italia (uno su quattro), primissimi nel consumo di birra (60 litri all’anno pro capite), i giovanissimi cagliaritani squattrinati, si rinchiudono in casa per stonarsi in santa pace, o con il loro bravo computer, o con pochi amici fidati.
Sanno poco della sessualità e delle implicazioni in termini sanitari delle condotte imprudenti, scuola e strada non sono più le maestre di vita.

Sesso, droga, rock’roll, motori e ribellione non gli interessano più di tanto, sostituite dai social e da modelli e consumi culturali estremamente semplici e rudi, con le tecnologie e le community dei social network che, come palcoscenici virtuali, agevolano nella necessità di omologarsi e mettersi in evidenza attraverso il risktaking e la trasgressione delle leggi sull’età minima legale, inserendosi in circoli di nomination e di catene alcoliche. L’azzardo come modello sociale ha sviluppato un altro legame perverso con il gioco online che li vede tra i primi protagonisti.

Soggetti a rischio? Quasi tutti, ma la selezione viene anche dalla crisi economica: la diffusione di famiglie con un solo genitore, la riduzione del reddito disponibile, le poco appaganti prospettive occupazionali (uno su due resterà con le mani in mano a spese dei genitori) disincentivano nel percorso di studi, generando la cosa peggiore per un adolescente: lo scazzo.

Negli enti locali sono bravissimi ad inventare nomi per progetti destinati all’adolescenza, tra piattaforme, tavoli tecnici, network, tutti dotati di sostanziose risorse (54 milioni per il progetto giovani, 157 milioni per il nuovo piano regionale finanziato con il fondo sociale europeo, altri 500 mila dal comune di cagliari) che non hanno neanche sfiorato il problema.

I soldi stanziati molti: semilascinoncresci, tutti@iscola, ardisco. Progetti dai risultati scarsi: il fenomeno è in crescita malgrado si parli dagli scranni della politica di “dispersione scolastica” da un decennio, evidentemente per sostituire i vetusti “microcriminalità” o “internet. Il fenomeno è in espansione. Gli unici a non essere mai stati consultati nella ridda di convegni, meeting e coordinamenti sono proprio loro, gli undicimila desperados.
Gli unici soldi che verranno certamente spesi, in Sardegna, sono i 93 milioni stanziati dalla regione per mobilitare geometri ed imprese per l’edilizia scolastica.

Loro hanno bisogno, come noi, di un’altra società, che va innanzitutto pensata. E poi realizzata. Ma il Pd, e chi gestisce l’esistente, non è la soluzione.
Eppure questi sono le ragazze ed i ragazzi su cui dovremmo investire di più trasformandoli in soggetti sociali attivi, per invertire la tendenza allo spopolamento (tra saldo demografico negativo, emigrazione ed invecchiamento della popolazione la Sardegna perderà un terzo degli abitanti in cinquant’anni). Il mancato utilizzo di una generazione, della sua creatività ed intelligenza (e prolificità), vale circa il 6% del Pil, e la possibilità da parte dei genitori nati nel baby boom degli anni ’60, di avere un sostegno e una pensione.