In origine erano Al, John e Jack, almeno nell’epopea dei comici Aldo, Giovanni e Giacomo. Ma stavolta c’è poco da ridere.
E’ il secondo round del seguitissimo – ed altrettanto strumentalizzato – match tra gli sbirri digitali di Fbi e l’inossidabile schieramento di Apple.
Sugli spalti di questo incontro memorabile il pubblico è diviso. Da una parte gli assertori della privacy più ortodossa, dall’altra quelli che riconoscono l’eccezionalità del caso e l’esigenza di contemperare le contrastanti esigenze di riservatezza individuale e di sicurezza collettiva.

Tim Cook675

Se il numero uno di Google e quello di Facebook non hanno esitato a schierarsi con Tim Cook e orde di dimostranti si sono assiepate nei pressi degli Apple Store per manifestare la più indiscriminata solidarietà nei confronti dell’azienda che resiste alle pressioni della giustizia Usa, sul fronte opposto sono scesi in campo i familiari delle vittime della mattanza e si sono esposti tre personaggi patentati per dire legittimamente la loro opinione.

Il primo a valutare negativamente l’irremovibile posizione dell’azienda di Cupertino è stato John McAfee, noto creatore di software antivirus e tre anni fa al centro di alcune disavventure in Belize (dove venne addirittura sospettato dell’omicidio di un suo vicino di casa). Il geniale informatico si è provocatoriamente offerto di decriptare lo smartphone al centro della querelle. “Con tutto il rispetto per Tim Cook ed Apple, lavoro con una squadra in cui sono presenti i migliori hacker del pianeta. Sono gli stessi che danno vita al DefCon in Las Vegas e sono vere e proprie leggende nei loro gruppi locali come gli HackMiami. Sono persone prodigiose, con talenti che sfuggono alla normale comprensione umana… Mi mangerò una scarpa nel corso del Neil Cavuto Show se non saremo capaci di riuscire a decifrare il telefono della strage si San Bernardino”.

A far sentire la sua voce in proposito non è mancato Bill Gates, che ha invitato Apple a fornire la collaborazione che è stata richiesta dal giudice Pym.
James Comey, direttore del Federal Bureau of Investigation, ha scritto un post sul blog Lawfare – ripreso dal web ufficiale dell’Agenzia – che sottolinea l’impossibilità di guardare negli occhi i superstiti della strage non perseguendo l’obiettivo finale di questa sfida, non facendo quello che gli americani si aspettano che Fbi riesca a fare. Non un messaggio semplicemente strappalacrime, ma una serie di constatazioni difficilmente non condivisibili.

Comey ribadisce “vogliamo semplicemente avere la possibilità, in possesso di un preciso mandato della magistratura, di provare a indovinare o trovare il codice segreto del terrorista senza che il telefono avvii la procedura di autodistruzione e senza che lo smartphone scandisca il ritmo dei tentativi di inserimento della sequenza”. L’iPhone, infatti, cancella il proprio contenuto dopo la digitazione di dieci codici non corrispondenti all’esatta combinazione e cadenza le possibilità di riprovarci ad intervalli sempre maggiori: i primi cinque tentativi possono essere eseguiti consecutivamente, poi occorre far passare un minuto per il sesto, 5 minuti per il settimo, un quarto d’ora per tentare un’ottava volta e altrettanto per provare di nuovo, e infine bisogna attendere un’ora prima della decima e ultima chance.

Il capo di Fbi rimarca che le sorti del duello tra sicurezza e privacy non possono e non devono essere nelle mani delle multinazionali, né devono essere risolte da un intervento di imperio delle autorità governative: il verdetto sul da farsi dovrebbe arrivare dai cittadini che devono decidere del proprio futuro stabilendo un equilibrato rapporto tra le tecnologie e la serenità quotidiana.

E’ proprio l’equilibrio a mancare, quella ragionevolezza che se adoperata a dovere eviterebbe inutili conflitti ed amarezze di ogni genere.
L’imperturbabile rigidità di Apple la si è conosciuta anche in piccole – ma al contempo enormi – vicende. Tra queste spicca la storia di Leonardo e Roberta Fabbretti, che recentemente hanno perso l’adorato figliolo. Il bimbo aveva immortalato un’infinità di momenti felici con il suo iPhone, custodendo quelle immagini come il più prezioso tesoro familiare. La morte del ragazzino per un inesorabile osteosarcoma arriva dopo mesi di cure disperate e infinita sofferenza, sigillando la ricchezza di quei ricordi all’interno di un dispositivo cui era possibile accedere digitando un codice che i genitori non conoscono. Anche qui nulla da fare. E nel sentire queste cose ad una mela morsicata, preferisco un cuore.

@Umberto_Rapetto