C’è la vecchietta che scivola davanti alla chiesa e, nella richiesta di risarcimento, si scontra con il prete e la compagnia assicurativa della diocesi. C’è il ragazzo, promessa del calcio, segnato per sempre da un incidente stradale. E anche una coppia il cui bebé è vittima di un tremendo caso di malasanità. Quelli ritratti da Massimo Quezel nel libro Assicurazione a delinquere (Chiarelettere editore, in libreria dal prossimo 26 febbraio) sono personaggi reali le cui vite sono state stravolte da una tragedia. Persone comuni che, oltre al danno, subiscono anche la beffa di dover trattare con le compagnie assicurative risarcimenti dovuti e necessari a curare se stessi o i loro cari. Loro, alla fine, riescono a ottenere un equo indennizzo per tragedie che, nella realtà, sono impossibili da monetizzare. Ma i personaggi del libro sono quasi un’eccezione in un mondo in cui tanti danneggiati rinunciano al risarcimento o si accontentano di un piccolo obolo stabilito dalla compagnia in maniera unilaterale.

Per Quezel è proprio sulle spalle dei “rassegnati” e dei mal consigliati che prospera il business delle assicurazioni, un settore in cui i premi assicurativi sono in continua ascesa (+10% nel primo semestre dello scorso anno) per una raccolta da 150 miliardi (+21%) nel 2015. Quezel spiega come si tratti di “un fiume di soldi, che, mentre l’economia nazionale boccheggia, continua a crescere a spese dei cittadini”. “Basti pensare che dagli anni Novanta a oggi i costi per l’assicurato sono aumentati del 245 per cento, a fronte di un netto e documentabile calo dei sinistri e dei risarcimenti”. Non solo: gli incrementi, nell’auto, fanno anche dell’Italia uno dei Paesi più cari d’Europa: “Nel Regno Unito, ad esempio, il costo medio della cosiddetta Rc auto obbligatoria è di 643 euro all’anno; in Francia di 650 euro; in Spagna di 630; in Italia di 1.250”, ricorda l’autore. Ma dove finisce questa marea di soldi se non nelle tasche dei danneggiati? In lauti dividendi per i soci delle assicurazioni. Le cui inefficienze non sono certo gratis, senza contare i grandi scandali finanziari che in Italia non si fanno mai mancare.

Oltre a fare i conti in tasca alle compagnie, il libro di Quezel cerca di fornire al consumatore degli strumenti di difesa. L’autore, del resto, sa bene di cosa parla. Dopo un decennio nelle compagnie come liquidatore, Quezel è infatti passato dall’altro lato della barricata dopo essere stato vittima di un incidente stradale. La circostanza sfortunata è stata l’occasione per lui di toccare con mano le difficoltà del danneggiato a ottenere un risarcimento attraverso uno studio di infortunistica, “l’unico soggetto in grado di fare da contraltare vero e serio al potere delle assicurazioni”. Di qui l’inizio della nuova avventura lavorativa. “Comincio così anch’io a fare il patrocinatore, a tutelare coloro che hanno subito un danno, ignari che nel momento del risarcimento tutto è complicato e impossibile da gestire, tra cavilli, mille accertamenti, ritardi e tante bugie”, racconta nel libro.

Da allora sul suo tavolo e su quello del suo franchising di infortunistica, sono arrivati i casi più disparati e disperati. E Quezel ha quindi potuto sperimentare in prima persona che spesso e volentieri le compagnie adducono scuse di ogni tipo per non pagare i risarcimenti persino nei casi più evidenti. Non solo: ha riscontrato che è prassi consolidata il tentativo di chiudere la partita risarcitoria con proposte basse a danneggiati già ridotti in pessime condizioni umane ed economiche. “Come si fa a danneggiare qualcuno che è già stato danneggiato?”, è la domanda con cui si apre il libro. La risposta è in un business che macina utili, vicino alla politica e pronto ad allargarsi alla nuova frontiera del mercato della salute la cui espansione è legata a doppio filo con i tagli al welfare pubblico e la riforma pensionistica.

Un rapporto malsano dove il cittadino rischia ogni volta che in Parlamento arrivano nuove proposte di legge che riguardano il mondo delle assicurazioni. “Nel primo trimestre del 2015, quando la ripresa economica era più propaganda politica che realtà, uno dei più importanti gruppi del settore è passato da 18,44 miliardi di euro di premi lordi raccolti a 20,15 miliardi, consolidando un’ascesa che è continuata indisturbata fino a oggi. Non solo, nel medesimo periodo, la stessa compagnia ha incrementato da 60,57 a 63,89 miliardi di euro gli investimenti in titoli di Stato italiani – scrive Quezel – Questi ultimi rappresentano per le compagnie di assicurazioni circa il 60 per cento del totale degli investimenti, 351 miliardi di euro nel 2015, ovvero 73 miliardi in più rispetto al 2014. Sono numeri che senz’altro mettono sull’attenti quei governanti che ogni tanto vorrebbero cercare di limitare lo strapotere delle assicurazioni. Ma, se queste sono le premesse, l’impresa si prefigura ardua (…)”. Anche perché “banche, corporation e compagnie assicurative sono gli occhiuti burattinai di diverse situazioni incomprensibili, subite dalla gente comune sotto forma di leggi assurde, tasse inique, diritti negati – prosegue – I parlamenti e i governi si sono gradualmente tramutati nelle camere di compensazione dove si scrivono norme e regolamenti non a beneficio del popolo teoricamente sovrano, ma a vantaggio del vero dominus, rappresentato dai vertici delle lobby di cui sopra”. Sullo sfondo ci sono le autorità di vigilanza che riescono a svolgere solo un ruolo marginale a difesa dei danneggiati che hanno spesso bisogno di un risarcimento immediato per pagarsi le cure mediche.

Non resta che chiedersi se è possibile difendersi da questo sistema collaudato. La terapia prevede innanzitutto la consapevolezza del consumatore. Per questo Quezel, secondo cui i dati sulle truffe assicurative sono una “scusa” per aumentare i prezzi, offre un prontuario con dieci regole d’oro “per sopravvivere nella giungla delle assicurazioni”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Se osserverete alla lettera ogni parola riuscirete a tenere a bada il potere di ricatto delle compagnie, le quali, per una volta, si ritroveranno di fronte qualcuno che parla la loro stessa lingua e che conosce le regole non scritte del sistema”. Poi sarà necessario incidere anche sui tavoli che contano. “C’è bisogno che le leggi non le scrivano più le assicurazioni o i politici che non conoscono il settore – conclude Quezel – E’ necessario che le nuove proposte vengano da procuratori esperti, liquidatori, medici legali”.