Come in tutte le cose umane, anche in politica i rapporti personali fra gli individui che compongono una data comunità sono molto importanti. Il Senato della Repubblica italiana è una piccola comunità composta da 321 persone. In quel luogo, uno dei due rami del Parlamento, i rappresentanti del popolo sono pagati apposta per portare le istanze dei loro elettori, per parlarsi, per trovare soluzioni di compromesso tutte le volte che una data posizione non ha i numeri sufficienti per passare. Ecco perché di tanto in tanto in Parlamento nascono delle leggi di iniziativa parlamentare, cioè al di fuori della cerchia di maggioranza che sostiene il governo.

Quando la senatrice Cirinnà decise di provare a trovare sponda nei senatori del M5s per approvare il ddl sulle unioni civili, era abbastanza sicura di portare la legge a casa: aveva ricevuto più volte la parola d’onore dei senatori Cinque Stelle e i numeri a quel punto erano ben larghi. Sappiamo come sono andate le cose: venti minuti prima del voto i senatori M5s hanno ritirato il loro appoggio su una questione procedurale, il cosiddetto “canguro”, trasformandola in una sorta di attentato alla democrazia. Pazienza se nei regolamenti del Senato non c’è alcun divieto riguardo al “canguro”, pazienza se è una prassi in uso dal 1996, pazienza se la mossa del “canguro” è legittima quanto lo è quella, uguale e contraria, dell’ostruzionismo. Su questo punto, il M5s ha detto no, e a quel punto i voti al Senato per il ddl Cirinnà non c’erano più. Si fosse andati al voto senza canguro, si sarebbero dovuti votare centinaia di emendamenti anche a scrutinio segreto, col rischio concreto di avere un voto contrario sull’adozione del configlio, cosa che avrebbe imposto a quei magistrati che nel frattempo stanno riconoscendo, coppia per coppia, l’adozione del configlio al partner di rispettare la volontà del legislatore. Un rischio che, giustamente, non si è voluto correre per non danneggiare i bambini delle coppie dello stesso sesso.

Ora sembra che la nuova mossa del Pd sia scendere a patti con i senatori di un altro gruppo, il Ncd, che ha posizioni retrograde, anti-occidentali e sbagliate sui diritti umani. Tuttavia, questi senatori hanno una sola qualità: sono almeno conseguenti nelle loro parole e azioni e se dicono di votare un certo testo, poi lo votano, non si tirano indietro 20 minuti prima. Quindi, in questo, e solo in questo, i per altro pessimi senatori del Ncd sono migliori (più affidabili, più responsabili) di quelli del M5S.

Al di là di come finirà questa storia, c’è che fra i rappresentanti del Pd e quelli del M5s si è rotto un rapporto di fiducia umana, che magari non è mai stato forte, ma ora è proprio inesistente. Gli eletti dei due partiti, almeno al Senato, ora si guardano in cagnesco e si vedono reciprocamente come il male assoluto: sembra quasi un ritorno alle divisioni ideologiche fra “rossi” e “neri”. E a nulla valgono i tardivi proclami da parte degli esponenti del M5s riguardo al loro ipotetico appoggio al ddl Cirinnà così com’è: è la storia di “al lupo, al lupo!”: quando perdi la credibilità della tua parola, perdi tutto, nella vita come in Senato.

Mancare alla parola d’onore è una scelta etica che si paga, sempre. Essere ritenuti assolutamente inaffidabili, non credibili e impolitici è il prezzo che il M5s paga non solo nei confronti degli eletti al Senato del Pd, ma soprattutto nei confronti di circa 75 elettori su 100 nel Paese. Questo segna la fine del M5s perché d’ora in poi la grande maggioranza degli elettori italiani li percepisce come dei politicanti al pari di tanti altri: gente in grado di mangiarsi la parola data per raggiungere un obiettivo strumentale, che si gioca sulla pelle dei bambini delle coppie interessate dal ddl Cirinnà.