La Spagna non è un modello di riferimento nella gestione del territorio costiero.

Un viaggio lungo i litorali del sud della paese può diventare un percorso nel ventre della speculazione edilizia dove inurbamenti scomposti hanno divorato la natura e reso possibile che il grigio delle città si specchi nelle acque del Mediterraneo.

Il cemento è il collante che per anni ha tenuto insieme una crescita economica spesso artificiale, riciclaggio e corruzione.

Il dossier Destrucción a Toda Costa presentato qualche anno fa da Greenpeace rivela che tra il 1987 e il 2005 si sono distrutti 7 ettari al giorno di litorale, una superficie costiera pari a 8 campi di calcio trasformata quotidianamente in urbanizzazione e suolo industriale.

In alcune località andaluse più del 75% del territorio costiero è cementificato, quasi il 25% della costa è oramai artificiale.

I dati segnalano che non è piaga dei decenni passati, si tratta di una tendenza costante, pochi anni fa a Cabo de Gata – riserva naturale non lontana da Almeria – è stato innalzato “El Algorrobico”, un mastodonte di cemento pensato per ospitare centinaia di turisti in due blocchi sovrapposti di oltre otto piani ciascuno. Con i livelli superiori degradanti verso la spiaggia, quasi a voler trapiantare le “Vele” di Scampia nel mezzo di un parco marino protetto.

Foto ecomostro

Eppure qualcuno avrà concepito, progettato, messo i timbri giusti, infine diretto la costruzione dell’hotel a quattro stelle, l’ecomostro simbolo della devastazione del litorale spagnolo.

L’opera, iniziata nel 2003 ma sotto sequestro da circa un decennio, è stata al centro di una intricata vicenda giudiziaria che ha visto contrapposte le associazioni ambientaliste da una parte, costruttori e amministratori locali dall’altra. A mettere la parola fine è intervenuta lo scorso 10 febbraio il Tribunal Supremo, la sezione amministrativa della Corte di Madrid ha stabilito che la struttura è stata eretta su terreno demaniale, pronuncia che ribalta la precedente sentenza del Tribunale Superiore dell’Andalusia che, dopo vari capovolgimenti, aveva invece riconosciuto l’edificabilità dell’area.

“El pegote”, l’ecomostro, ora cadrà sotto i colpi delle ruspe o di qualche carica esplosiva, per le carte bollate invece ci sarà ancora spazio: l’impresa costruttrice “Azata del Sol” ha già richiesto un risarcimento da 70 milioni di euro al Ministero dell’Ambiente, alla Regione andalusa e al Comune che aveva rilasciato i permessi di costruire.

Una storia esemplare che sembra rispondere a logiche antiche, raccontate da Franco Rosi nel film capolavoro “Le mani sulla città”: «il denaro non è un’automobile, che la tieni ferma in un garage: è come un cavallo, deve mangiare tutti i giorni», ammoniva in una famosa scena Edoardo Nottola, il politico palazzinaro della pellicola.