Il partito delle doppiette è sempre forte in Italia, nonostante che l’età media dei cacciatori sia in aumento e ne diminuisca il numero. Non si spiegano altrimenti i grossi favori che la Regione Toscana e le province autonome di Trento e Bolzano hanno fatto di recente al mondo venatorio.

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Siamo in Toscana. Qui, ad inizio del mese, è stata approvata la cosiddetta “Legge Remaschi”. Secondo la nuova norma, che prevede un piano triennale straordinario di uccisioni, sarà possibile cacciare ungulati, in alcune zone, aree protette comprese, tutto l’anno. Dai cervi ai caprioli, dai daini ai cinghiali. Così, quegli stessi cacciatori che hanno creato le condizioni perché gli ungulati aumentassero di numero con lanci indiscriminati, adesso vengono premiati con la possibilità fornitagli di cacciare gli animali tutto l’anno: che pacchia! Non solo, come se non bastasse, la legge prevede «una serie di azioni di valorizzazione delle carni selvatiche». Cioè una filiera della carne, dimodoché i cacciatori non potranno soltanto sparare, ma potranno altresì vendere la carne dell’animale ucciso. Anche se l’aspetto più granguignolesco della norma è che essa prevede dei “centri di sosta”. Un termine politicamente corretto (posso dire che il “politicamente corretto” mi ha letteralmente rotto?) per definire delle aree dove si creeranno sale per l’eviscerazione degli animali abbattuti. Insomma, con la nuova legge toscana, la caccia diventa un business. In compenso, non si risolverà il problema del sovrannumero degli ungulati, come gli studi relativi alla caccia al cinghiale dimostrano.

Da notare che la società civile si è mossa per tentare di fermare la legge, come dimostra la campagna “Toscana rossa… di sangue”, promossa dalla trasmissione radiofonica “Restiamo animali” e da associazioni animaliste: “La campagna toscana diventerebbe un allevamento a cielo aperto. La riduzione numerica dei cinghiali sarebbe illusoria, solo di breve periodo, perché le leggi dell’etologia e della natura porterebbero a un immediato ripristino della condizione di partenza”. Campagna sottoscritta fra gli altri da Franco Battiato, David Riondino, Dacia Maraini, Gianni Tamino, Stefano Bollani, il filosofo Luigi Lombardi Vallauri, Susanna Tamaro, Sandro Veronesi. Ma cosa volete che conti agli occhi del PD una fetta della società civile, quando ci sono in ballo i voti dei cacciatori…

E passiamo al Trentino Alto Adige. Dopo il vergognoso smembramento del Parco Nazionale dello Stelvio, qui ci si è avviati sulla strada della liberalizzazione della caccia (non solo agli ungulati), su tutto il territorio delle due province, parchi ovviamente inclusi. In pratica, si potrà in futuro cacciare di tutto, qualsiasi specie che verrà ritenuta in sovrannumero: ivi comprese specie protette come marmotte e stambecchi. Come riporta il Wwf, infatti, sarà sufficiente che il ministro dell’Ambiente non si pronunci entro 30 giorni alle richieste di caccia a specie vietate, formulate dai Presidenti delle province autonome, perché scatti il meccanismo del silenzio-assenso, che consentirà così l’apertura della caccia senza neppure l’intesa col ministro competente.

Ma le carneficine potrebbero anche non arrestarsi qui. Praticamente ormai nessuna specie animale sul nostro suolo si può dire oggi al sicuro, neppure il lupo. Il ministero dell’Ambiente ha messo a punto un piano eufemisticamente definito di “gestione e conservazione del lupo”, che prevede la possibilità di sparare ad esemplari di detta specie. A fronte dell’allarme suscitato nel mondo animalista, il ministero dell’Ambiente ha fatto sapere che “nella bozza di Piano nazionale sulla gestione e la conservazione del lupo in Italia non è prevista alcuna quota di abbattimenti autorizzati a priori: è fissata piuttosto con criteri scientifici una precisa autolimitazione al prelievo, un confine massimo invalicabile di 60 lupi calcolato dagli esperti per garantire una soglia di assoluta sicurezza rispetto all’impatto sulla popolazione.” Una conferma della notizia che la caccia molto probabilmente ci sarà. Così, dopo che si sono create le condizioni per far tornare il lupo negli Appennini prima e nelle Alpi poi ad un numero congruo ma non certo eccessivo, adesso se ne autorizzerebbero le uccisioni, anzi, i “prelievi” (sempre quei benedetti termini politicamente corretti).

Ma non finisce qui il lugubre elenco. Infatti, ciliegina sulla torta, in questi giorni, in Commissione Ambiente del Senato prosegue la discussione sulla riforma della legge 394/91 sulle aree protette, dove si prevede la possibilità di cacciare anche nelle aree protette nazionali sempre con la scusa del “controllo faunistico”.

Quindi, doppiette a go-gò. Quando la triste realtà è che la specie più dannosa per l’uomo è l’uomo stesso. Come ricorda l’associazione Ecoradicali, in Italia i morti a causa della caccia nel 2015 sono stati 125, e più numerosi sono stati ovviamente nelle regioni in cui si pratica la deregolamentazione. Ma chissenefrega, vero, cari politici?