I democratici in Nevada. I repubblicani in South Carolina. Sabato 20 febbraio le primarie Usa si “spezzano” ma non perdono quel carattere di incertezza e per certi versi di singolarità che hanno mostrato sinora. Tra i democratici, il tema è quanto Hillary Clinton sia davvero capace di convincere la maggioranza degli elettori democratici e non soltanto la macchina del partito; per Bernie Sanders la sfida è invece allargare il suo consenso oltre i gruppi che l’hanno appoggiato sinora – giovani, borghesia progressista e bianca. I repubblicani sono invece a una sorta di “ultima chiamata”. Se Donald Trump appare ormai chiaramente il candidato da battere, si tratta di selezionare gli atri due-tre sfidanti: Ted Cruz, probabilmente Marco Rubio, forse John Kasich.

Democratici: il vantaggio della Clinton si assottiglia, Sanders spera
Le ultime previsioni di voto mostrano Hillary Clinton e Bernie Sanders molto vicini, con un lieve vantaggio per l’ex segretario di Stato (Gravis Marketing dà la Clinton al 53% e Sanders al 47%). Si tratta di un trend ormai nazionale, che rivela un dato preoccupante per la candidata: il suo vantaggio sul senatore del Vermont si sta pericolosamente assottigliando. Per mesi il Nevada è parso un bottino pressoché sicuro per la Clinton. La presenza di un forte elettorato non-bianco – il 28% della popolazione è ispanico, il 9% afro-americano e l’8% asiatico – pareva fatto apposta per premiare Hillary. Di più, il ruolo di un sindacato forte come la Culinary Workers Union sembrava un altro fattore capace di favorire la candidata “ufficiale” dei democratici. In realtà, alla fine, la Culinary Workers Union ha preferito restare fuori della contesa politica. E la presa che la Clinton ha sempre mantenuto, e in qualche modo ancora mantiene, tra le minoranze, è apparsa sempre più debole.

E’ sulla base di queste considerazioni che il team Clinton ha cercato di attenuare le attese del trionfo. Brian Fallon, portavoce di Hillary, è arrivato a dire che “il Nevada è per l’80% bianco”. Cosa non vera, che ha però un senso: mostrare che questo spicchio di Ovest ha una composizione simile a quella di Iowa e New Hampshire, bianca e wasp, quindi favorevole a Sanders. La candidatura della Clinton continua d’altra parte a essere segnata dagli stessi problemi: uno scarsissimo appeal tra i giovani, una presa sempre minore tra i settori a basso reddito dell’elettorato democratico, una certa freddezza nella borghesia progressista e urbana (che è molto forte in Nevada, dove i due terzi della popolazione vivono nell’area metropolitana di Las Vegas). Hillary si mantiene forte tra le donne over 45, gli afro-americani, i quadri del partito democratico. Ma la sua “coalizione” appare ancora parziale, mancante di troppi pezzi per essere davvero capace di proiettarla verso la nomination.

Negli ultimi giorni la Clinton ha enfatizzato soprattutto il messaggio sull’immigrazione. In uno spot trasmesso in questi giorni dalle tv e su molte piattaforme on line, con il titolo di “Brave”, si vede Hillary confortare una ragazzina di 10 anni, timorosa che i suoi genitori vengano deportati. “Farò di tutto perché tu non debba essere terrorizzata per quanto può succedere a tua mamma o tuo papà o a qualcun altro nella tua famiglia – dice la Clinton alla bimba in lacrime – sono davvero convinta che tu sia stata molto coraggiosa. Devi essere coraggiosa per loro. Ma lascia a me la preoccupazione per i tuoi genitori”.

Sanders, da parte sua, non punta su ben precisi gruppi etnici ma sul messaggio che sinora l’ha aiutato di più: la lotta alla diseguaglianza. A Las Vegas il senatore del Vermont si è lasciato andare a quello che è forse l’attacco sinora più deciso alla “ditta Clinton”. “Bill Clinton è stato il presidente che ha guidato lo sforzo di de-regolamentazione di Wall Street – ha detto Sanders – che si è battuto per il disastroso accordo sul commercio NAFTA, che ha spinto per la riforma del welfare, assolutamente disastrosa per la gente a basso reddito e in particolare per gli afro-americani”.

In attesa dei risultati, c’è comunque un dato davanti agli occhi di tutti. In Nevada la Clinton è presente da mesi, ha l’appoggio istituzionale del suo partito. Eppure soffre di fronte a Sanders. “Il nostro messaggio sull’economia e sull’eguaglianza sta attraendo molti ispanici, afro-americani e asiatici”, ha detto Joan Cato, che dirige la campagna di Sanders in Nevada.

Repubblicani. Trump in vantaggio nei sondaggi. Chi sarà lo sfidante?
“Nessuna sorpresa se fosse Trump il nominato”. Lo ha detto il vicepresidente Joe Biden, uno che macina politica da anni, e la considerazione coglie ormai una percezione che molti a Washington hanno. Tutti i sondaggi danno Trump in vantaggio in South Carolina: da un minimo di 5 punti a un massimo di 17. Non c’è stata polemica, scivolone, attacco che sia riuscito a mettere in crisi il primato di Trump, anche se i sondaggi sono stati effettuati prima della lite con Bergoglio. Eppure l’accusa del Papa – “Non è cristiano” – potrebbe addirittura aiutare Trump, in uno Stato in cui il 65% circa degli elettori repubblicani è evangelico e non gradisce che nessuno, nemmeno il Papa, metta in discussione la religiosità di qualcun altro.

Non sembrano aver danneggiato Trump nemmeno i frequenti “giri di valzer” sui temi più importanti. Oggi Trump dice di essere sempre stato “contro” la guerra in Iraq. In un’intervista del 2002, emersa in questi giorni, si diceva però a favore dell’intervento. Niente sembra toccarlo, soprattutto non sembra toccare i suoi possibili elettori. Nonostante le frequenti accuse di razzismo, Trump starebbe anche guadagnando consensi tra gli afro-americani dello Stato – quelli di fede evangelica – e vola nei consensi nei prossimi Stati dove si voterà. Un sondaggio in Michigan lo dà avanti di almeno 10 punti.

Dietro il candidato da battere, si affolla la schiera dei contendenti, più o meno in difficoltà. Jeb Bush appare ormai vicino all’abbandono. Non è servito l’arrivo in suo soccorso del fratello George W. Bush, ancora popolarissimo tra i repubblicani del South Carolina; non è servito il tweet con la foto di una pistola e la scritta “America”, tentativo disperato di recuperare i conservatori. Jeb, con ogni probabilità, annuncerà il suo addio alle presidenziali subito dopo il voto. Resta Ted Cruz, che in South Carolina spera di ripetere la performance che gli è riuscita in Iowa, proprio grazie al voto degli evangelici. Resta Marco Rubio che è ormai il candidato del partito.

In South Carolina Rubio ha incassato l’appoggio della governatrice Nikki Haley e di Tim Scott, senatore afro-americano dello Stato. A livello nazionale sono sempre di più i senatori e i deputati che prendono posizione per lui. Rubio, che cerca di posizionarsi come il volto nuovo del conservatorismo, non ha però forse ancora il carisma necessario a farlo diventare un’alternativa a Trump. Resta, infine, John Kasich, il governatore dell’Ohio. Se Trump, Rubio e gli altri dovessero annullarsi a vicenda, a colpi di proclami sempre più radicali, potrebbe essere proprio Kasich a emergere, come scelta moderata e pragmatica.