Cerimonia-convegno in onore di Giordano Bruno a Roma

All’alba del 17 febbraio 1600, in pieno giubileo, nella prigione di Tor di Nona, sette padri religiosi di quattro differenti ordini, “con ogni affetto et con molta dottrina”, si affaccendarono attorno a Giordano Bruno “frate apostata da Nola di Regno, eretico impenitente”, cercando di mostrargli il suo errore, senza vincere la “sua maledetta ostinazione, aggirandosi il cervello e l’intelletto” del condannato “con mille errori e vanità”.

Quindi il corteo mosse per Campo de’ Fiori, attraverso via dei Banchi e via del Pellegrino: le cataste e fascine di legna cui si sarebbe appiccato il fuoco attendevano dall’altro lato della piazza, sotto Palazzo Orsini. Il condannato, cui era stata legata “la lingua i giova”, affinché nessuno udisse “le bruttissime parole che diceva” durante il tragitto e il supplizio, “spogliato nudo e legato a un palo fu brusciato vivo”, fra le “litanie” dei confratelli di San Giovanni Decollato e le esortazioni dei confortatori. Così morì un filosofo, il più grande del suo tempo, che in vita s’era aggirato per il mondo, vero e proprio cervello in fuga, spinto dalla necessità.

Frattanto, sugli scalini di San Pietro, venivano dati alle fiamme i suoi libri, insieme ai quali si pensava di poter uccidere l’anima di quel vagabondo dello spirito e danzatore dei pensieri. Di quegli stessi libri, peraltro, si vietò a chiunque la lettura e chi li avesse diffusi sarebbe stato considerato un avversario della Chiesa. Sull’opera di Giordano Bruno si è accumulata, dunque, la densa polvere di una fortuna, e di un mito, che ha stravolto per un lungo periodo tratti essenziali del suo volto e dei suoi scritti. Eppure a questo “accademico di nulla accademia” si devono alcuni dei principali concetti del pensiero europeo moderno: l’universo infinito e i mondi innumerabili; la distruzione del cosmo aristotelico e tolemaico; la critica radicale dell’età dell’oro; la concezione del lavoro come “principio” delle civiltà; la dissoluzione dei generi letterari tradizionali; un nuovo – e rivoluzionario – modello di scrittura filosofica. Non v’è dubbio che questo intellettuale europeo, figlio della tradizione “civile” e fra i costruttori delle “libertà dei moderni”, fosse persona pericolosa: lo era per i potenti, perché “cercava” religiosamente; per i docenti ufficiali, perché poeta; per i teologi di tutti i tempi, perché spirito libero.

E pericoloso è ancora oggi, se ogni occasione è buona per evocare le asserite “ampie connessioni tra l’allucinatorio pensiero del Nolano e le aberrazioni del panteismo e dell’irrazionalismo moderno oppure le strette aderenze tra l’immoralismo de Il Candelaio e la morale delle pozzanghere e degli acquitrini dove tanta umanità odierna trascina spesso la sua stanca vita”. Se non si manca di ribadire lo sprezzante giudizio di Leone XIII, che definì il Nolano “uomo doppiamente apostata, convinto eretico, la cui caparbietà contro la Chiesa si è trascinata fino alla morte”, privo di “doti veramente pregevoli. Non di alto valore scientifico, perché le sue opere lo mostrano fautore del panteismo e del turpe materialismo, e in contraddizione spesso con se stesso. Non dotato di pregevoli virtù, perché anzi i suoi costumi sono rimasti ai posteri quali esempi dell’estrema malvagità e della corruzione in cui le sfrenate passioni possono spingere un uomo. Non autore di grandi opere né di apprezzabili servizi a favore del pubblico bene, in quanto le sue qualità abituali consistettero nel fingere e nel mentire, preoccupato unicamente di se stesso, intollerante con chi non fosse delle sue idee, adulatore, abietto e perverso”. Salvo, magari, ammettere, come fece, in occasione del giubileo del 2000, il Cardinale Sodano, che, oggettivamente, “alcuni aspetti” delle procedure “e, in particolare, il loro esito violento per mano del potere civile, non possono non costituire oggi per la Chiesa un motivo di profondo rammarico”, non senza, tuttavia, aver prima assolto i membri del Tribunale dell’Inquisizione che “lo processarono con i metodi di coazione allora comuni, pronunciando un verdetto che, in conformità al diritto dell’epoca, fu inevitabilmente foriero di una morte atroce”.

Ancora oggi, risuona nei confronti del filosofo l’accusa di aver messo da parte Aristotele e, dunque, innalzato la volontà al di sopra della conoscenza e definito la comprensione una conseguenza dell’amore, là dove, si afferma, un amore non guidato dalla ragione è l’anarchia, il caos, la decadenza dei costumi. Coloro che muovono queste accuse oggi, come quelli di ieri, si valgono del loro Aristotele solo per proteggersi da se stessi: rifugiarsi nelle concezioni tradizionali evita loro di dover pensare con la propria testa, anzi, li fa sentire “pensatori” tanto migliori quanto più si tengono lontani dai “bassi affetti”; disprezzare l’amore “irragionevole” evita loro d’accorgersi che il chiarore della luce non può esistere senza il calore del fuoco; e, soprattutto, vogliono trasformare l’essere umano in un cavallo da circo che cadenzando il passo allo schioccare della frusta diverte il pubblico con le sue giravolte, senza avere idea della sfrenatezza e dell’impeto della steppa.

I critici del Nolano, di oggi e di ieri, terrorizzano se stessi e i loro allievi con un’insensata varietà di teorie polverose, di dogmi difesi nella superstizione e di quelle che spacciano per rivelazioni divine. Non abbisognano mai di “cercare”, sapendo sempre già tutto; mai li sfiora il dubbio, avendo solo certezze; non sbagliano mai, poiché consolidato è il loro pensiero. La differenza tra Giordano Bruno e chi ancora oggi, come già ieri, lo accusa falsamente di aver diffuso opinioni nuove, inaudite, che non sarebbe stato in grado di dimostrare, ma che in compenso ha con arroganza considerato assolute, è una differenza che riguarda il temperamento, la linfa, l’amore, la passione: se a lui non piaceva imparare qualcosa che non amava, conoscere qualcosa che non lo riguardava e se disprezzava ogni sapere che non lo rendeva saggio; loro, per contro, si ostinano da sempre ad amministrare un mausoleo dello spirito, al quale appartengono mentre sono ancora in vita.