Giuseppe Giglio, conosciuto come Pino, imputato di primo piano dell’inchiesta Aemilia e nome da tempo ricorrente nelle carte che riguardano la ‘ndrangheta emiliana è pronto a collaborare con la giustizia. La notizia irrompe come un fulmine nella vicenda della maxi-inchiesta di ‘ndrangheta della Dda di Bologna. Conferme ufficiali non ce ne sono, ma neppure smentite. “La Procura non ha niente da dire”, ha detto il procuratore aggiunto, Valter Giovannini. Sarebbe il primo caso tra gli imputati della maxi-inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, che un anno fa aveva portato agli arresti oltre 100 persone.

Pino Giglio, imprenditore accusato di vari reati tra cui associazione mafiosa, estorsione, reimpiego di denaro, fatturazioni per operazioni inesistenti e altri reati fiscali, è da un anno in regime carcerario di 41 bis. Per lui i pm Marco Mescolini e Beatrice Ronchi in rito abbreviato avevano chiesto appena pochi giorni fa una condanna a 20 anni di reclusione: lo considerano infatti uno degli organizzatori della cosca emiliana, soprattutto in campo imprenditoriale con la gestione degli appalti e le operazioni di fatturazioni inesistenti. Insomma uno che potrebbe avere molto da dire se iniziasse a parlare. Inoltre collaborare con la giustizia potrebbe portare, in caso di condanna, a sconti di pena.

La collaborazione non sarebbe ancora iniziata anche se è già stato attivato il sistema di protezione previsto in questi casi. La notizia è stata pubblicata dalla Gazzetta di Reggio e dall’edizione bolognese di Repubblica. Secondo quanto riportato dai due quotidiani, Giglio sarebbe stato già trasferito di carcere e i suoi familiari portati in una località segreta. L’agenzia Ansa riporta una versione un po’ diversa: i familiari non avrebbero infatti intenzione di accettare il programma di protezione. I due (ormai ex) avvocati di Giglio, Fausto Bruzzese e Filippo Giunchedi, che spiegano di avere appreso la notizia dai giornali senza avere avuto alcuna comunicazione ufficiale, hanno intanto già rinunciato alla difesa, sia per incompatibilità (Bruzzese difende anche altri imputati dello stesso processo), sia perché non sono stati avvisati da Giglio della presunta scelta di collaborare. Bruzzese e Giunchedi il 29 febbraio avrebbero dovuto discutere la posizione di Giglio nel rito abbreviato. Intanto lunedì 15 febbraio Giglio non si è presentato in udienza in video-conferenza come aveva fatto solitamente negli ultimi mesi.

Nelle carte dell’inchiesta Aemilia il nome di Pino Giglio è uno dei più ricorrenti. Il pentito Vincenzo Marino lo definisce “la cassaforte di Nicolino Grande Aracri” considerato dai pm il capo indiscusso dell’omonima cosca di Cutro. Giglio, secondo la Dda, è il tipico caso di imprenditore passato “da una condizione originaria di assoggettamento a una consapevole e volontaria cointeressenza ai fini di espansione economica dei clan di riferimento”. Di fatto “un mafioso imprenditore – scrivono i pm nell’ordinanza che lo ha portato in carcere il 28 gennaio 2015 – temibile e spietato nel modo di agire e di operare, che si riconosce come appartenente alla ‘ndrangheta da cui trae la linfa vitale dei suoi affari”.

Il nome di Giglio nelle carte di Aemilia compare quando si parla di infiltrazioni nei grandi appalti: come quello dei fingers all’aeroporto di Bologna, in cui, secondo la Dda, manodopera fornita da Pino Giglio lavorò nei cantieri vinti con regolare gara d’appalto da un’altra azienda di Lamezia Terme. Ma emerge anche quando si parla di grandi aziende: fin dal 2010 Augusto Bianchini, titolare della Bianchini Costruzioni di San Felice sul Panaro, oggi accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, aveva avuto rapporti d’affari proprio con Pino Giglio.

Intanto, sul fronte processuale dell’inchiesta Aemilia, i riti abbreviati vanno verso la conclusione: dopo le richieste di condanna dei pm, nel giro di poche settimane si attende la decisione del giudice per 71 imputati. A marzo invece, a Reggio Emilia, partirà il dibattimento del rito ordinario, alla sbarra altre 150 persone.